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PARITA' DI TRATTAMENTO

imgLa Commissione europea ha in questi giorni presentato la nuova proposta di Agenda sociale, dal titolo ambizioso e dai contenuti articolati. Il titolo parla di una Agenda sociale rinnovata: opportunità, accessibilità e solidarietà nell’Europa del XXI° secolo  (vedi).
Nel pacchetto di iniziative, vi è la proposta di direttiva (vedi) sulla implementazione del principio della parità di trattamento, al di fuori del lavoro, tra le persone indipendentemente da religione, credo, disabilità, età o orientamento sessuale. E’ un testo molto atteso, annunciato come direttiva orizzontale. Di orizzontale, a ben vedere, non ha molto. Diciamo che contribuisce a completare il quadro della normativa antidiscriminatoria, intervenendo sul lato esterno al lavoro per quei fattori di rischio che non ne erano finora coperti.
Molti sono già stati gli apprezzamenti e molte le attese, soprattutto da parte delle associazioni e dei rappresentanti degli omosessuali. Vedremo. Completare il quadro normativo è importante e con la nuova direttiva si sana un’area che era rimasta scoperta, dato che, per quanto riguarda razza e origine etnica la direttiva del 2000 copre sia il lavoro sia le altre aree sociali.
E per quanto riguarda le discriminazioni basate sul genere? Anche per queste si va oltre il lavoro? Qui vorrei avanzare qualche riflessione e, soprattutto, sollevare qualche dubbio. Quante e quanti di noi sanno che a dicembre del 2004 è stata emanata una direttiva (vedi) che attua il principio della parità di trattamento tra uomini e donne per quanto riguarda l’accesso a beni e servizi e la loro fornitura? Quante e quanti di noi si sono accorti che è stata recepita l’anno scorso nel nostro ordinamento (vedi)?
Delle due l’una: o non serve e allora non si capisce in cosa riponga fiducia chi attende cambiamenti significativi dalla nuova direttiva, oppure serve e allora non si capisce perché le donne – le associazioni, gli organismi di parità istituzionali e contrattuali, … – non la utilizzino. E non si dica che la mancata reazione in ambito di genere è determinata dall’assenza di discriminazioni e di disparità di trattamento, perché sappiamo quanto radicati siano atti e comportamenti discriminatori nel nostro Paese.
Abbiamo intenzione di svegliarci o dobbiamo aspettare ancora a capire che l’individualizzazione ci sta soffocando, che la provocazione del corset invisibile (la voglia di tornare a casa!) è calzante, che nei partiti politici e nelle associazioni sindacali sono gli uomini a decidere anche per noi?
Solo ricominciando a farci sentire e ad aggregarci su obiettivi che ci rendano coese – e non in lotta tra di noi – potremo invertire la tendenza. Il mondo degli omosessuali sa che, una volta approvata (e trasposta) la direttiva, potrà disporre di strumenti di reazione concreta. Noi questi strumenti li abbiamo già. Cosa aspettiamo ad usarli? Ci manca la carica o ci manca la voglia?

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rimpatrioDIRETTIVA RIMPATRIO

Non è una bella pagina quella che è stata scritta mercoledì 18 giugno al Parlamento europeo. L’asse tra destra, popolari e liberali ha fatto da scudo al Consiglio – l’insieme dei ministri dei ventisette paesi europei – che, raggiunta l’unanimità, ha imposto al Parlamento di adattarvisi in prima lettura, minacciando un rinvio di lungo periodo e, quindi, il blocco della approvazione della direttiva sul rimpatrio di cittadini di Paesi terzi soggiornanti illegalmente.
Qualche premessa per comprendere meglio. Al Parlamento europeo la proposta di direttiva (vedi) era incardinata alla Commissione Libertà civili, che aveva votato le modifiche (vedi).
Come sempre accade, si è intrecciata in questa fase la verifica con la posizione del Consiglio, per tentare di valutare la possibile convergenza per adottare il testo, oggetto di codecisione, già in prima lettura. Normalmente, se questa convergenza non c’è, come quasi sempre capita quando i temi sono complessi e sensibili, il Parlamento approva il proprio testo e si passa ad una ulteriore attività di  mediazione per arrivare alla seconda lettura e, quindi, alla definitiva approvazione.
La forzatura effettuata dal Consiglio e la sua accettazione da parte della maggioranza del Parlamento è grave e lo è tanto di più se si considera con quanta forza viene chiesto l’ampliamento delle competenze del Parlamento – vedi il Trattato di Lisbona – per aumentare le materie sulle quali l’istituzione elettiva, e pertanto più democratica, tra quelle europee passa dalla mera consultazione alla codecisione. Ma se la codecisione è accettare il ricatto del Consiglio, meglio sarebbe paradossalmente restare nell’ambito della consultazione, che almeno rende il Parlamento più libero di esprimere la propria opinione.
Il testo concordato in Consiglio (vedi) è stato spacchettato (vedi) ed è diventato oggetto della votazione in plenaria (vedi). La posizione della sinistra unita (GUE) (vedi) e dei verdi (GREEN) (vedi) è stata quella del rigetto della proposta di direttiva e della presentazione di alcuni emendamenti. I socialisti (PSE) hanno presentato dieci emendamenti (vedi), per rimettere in asse alcuni dei contenuti considerati inaccettabili. A seguito di votazione nel gruppo socialista, si sono individuati i due emendamenti considerati invalicabili (il numero 98 e il numero 103), respinti i quali il voto finale sulla proposta di direttiva sarebbe stato negativo.
Ma perché c’era una pluralità di posizioni all’interno del gruppo socialista? La motivazione principale, oltre a quella di seguire le decisioni del proprio governo nei Paesi a guida di centro-sinistra, riguardava la disparità di normativa esistente tra i paesi dell’Unione. Una parte di Paesi (almeno sette) hanno attualmente una disciplina considerata di minore garanzia per i diritti umani delle persone irregolari o clandestine. Per questi Paesi, l’adozione della direttiva, anche nella versione peggiorativa proposta dal Consiglio, avrebbe portato un miglioramento. Ecco perché, una volta verificato che la maggioranza dei socialisti era per il voto negativo qualora, come si temeva, gli emendamenti chiave non fossero passati, alcune delegazioni hanno fatto presente di accettare questa decisione ma che, al momento del voto finale, avrebbero votato astensione. Con il voto elettronico, che rileva nominalmente la scelta, le opzioni sono tre: il più, il meno e lo zero, cioè l’astensione.
E la posizione del Partito democratico? Una riunione appositamente convocata ha messo in evidenza una iniziale pluralità di opinioni, tra chi era favorevole, chi preferiva il voto di astensione e i contrari. L’opposizione più netta all’accoglimento dell’accordo raggiunto dai ministri in seno al Consiglio è stata la mia, per ragioni di merito e di procedura, per le battaglie sempre condotte in difesa dei diritti delle persone. Per agevolare il raggiungimento della posizione comune (il voto di astensione) ho annunciato che avrei partecipato al voto solo sugli emendamenti, per aumentare la possibilità che almeno uno di questi fosse adottato – cosa che avrebbe mandato all’aria l’accordo –, e sarei uscita al voto finale. La posizione dei parlamentari del Partito democratica è stata pertanto unitaria.
In ogni caso, la somma dei voti contrari e delle astensioni è risultata inferiore a quella dei voti a favore. Le sollecitazioni giunte da più parti non hanno scalfito i gruppi di destra.
Ed è così che non sono passati gli emendamenti per abbassare la durata massima di detenzione, per migliorare la sorte dei bambini non accompagnati, per consentire qualche giorno in più per il rimpatrio volontario.
Sulla durata massima: il trattenimento presso centri di detenzione può durare fino a 18 mesi e questa misura può essere adottata quando manca la cooperazione del paese di origine, indipendente ovviamene dalla volontà della persona.
Sui minori non accompagnati: il minore può essere ricondotto a un familiare, a un tutore o presso strutture dello Stato di ritorno, che può non essere quello di origine.
Sul rimpatrio volontario: il tempo a disposizione per il rimpatrio volontario è fissato dagli Stati in un periodo compreso tra sette e trenta giorni. Si pensi a un immigrato da lungo tempo residente legittimamente in un Paese dell’Unione, che perde il lavoro, non ne trova un altro e perde il permesso di soggiorno, diventando pertanto irregolare. Lo si pensi con famiglia e figli, magari a scuola. Si pensi di essere quell’immigrato. In sette giorni chi di noi può lasciare quello che ha, togliere i figli da scuola, organizzare il viaggio di rientro in un Paese da tempo lasciato?
Si, questa è considerata la prima direttiva sull’immigrazione. Non è affatto così. Prima di questa ci sono state quelle sul ricongiungimento familiare, sul diritto di asilo, … Ma in ogni caso, anche se colloca l’asticella al di sopra di quella di alcuni Paesi membri, non mostra un’Europa solidale, severa ma accogliente, un’Europa baluardo e garanzia dei diritti delle persone, anche di quelle meno fortunate.
Non smetterò mai di ricordare che il flusso migratorio si è invertito nel nostro Paese solo nel 1973. Fino a quel momento erano più le persone che espatriavano che quelle che rientravano o arrivavano. E non è passato nemmeno un secolo da quando siamo partiti alla ricerca di lavoro sui piroscafi diretti in America, del nord come del sud, spesso emarginati con gli stessi pregiudizi che ora applichiamo a chi consideriamo usurpatore.

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irlanda eu

REFERENDUM IRLANDA

Il voto al referendum irlandese del 12 giugno è una grave ferita alla costruzione dell’Unione europea. L’esito negativo non arriva purtroppo inatteso ed è scoraggiante conoscerne almeno una parte delle motivazioni. Si tratta di motivazioni che si ripetono nel tempo e che, come è avvenuto in Francia e in Olanda al referendum sul Trattato costituzionale, riguardano la politica interna al Paese in cui si vota e la complessità del testo sottoposto al voto.
Quando impareremo? Quando comprenderemo che dovremmo far votare insieme le cittadine e i cittadini europei in un solo simultaneo momento.
Ma tant’è! Ora vedremo come e cosa fare a livello europeo per rilanciare il processo. E’ utile però da subito indicare perché non possiamo essere contrari alla ratifica del Trattato di Lisbona.
Intanto perché amplia le competenze del Parlamento europeo, la sola istituzione europea democraticamente eletta. A ben vedere, consente un ruolo maggiore anche ai parlamenti nazionali e alle assemblee regionali, a ulteriore incremento del processo decisionale democratico.
Inoltre perché riduce le materie per le quali, in seno al Consiglio, è necessaria l’unanimità. E’ evidente a tutti che l’unanimità non si potrà quasi mai raggiungere ora che siamo ventisette Paesi e che il rischio è la paralisi.
Capisco bene però che non basta. Che bisogna ripartire dalle ragioni per volere l’Unione europea, evitando scorciatoie.
Sicuramente sono disinformate le posizioni di chi è contrario a causa del patto di stabilità e crescita. Ci penalizza? Certo che si, nel breve periodo. Ma ci protegge e ci aiuta. Ed evitiamo di fare la parte della volpe nei confronti dell’uva. Se siamo agli ultimi posti nella maggior parte degli indicatori e se abbiamo un debito così pesante lo dobbiamo ai nostri problemi. Quello che dobbiamo fare è invertire la tendenza, non incolpare le istituzioni europee.
Altrettanto assurde sono ormai le lagnanze contro l’euro. Basterebbe pensare a come saremmo nel mondo globale senza far parte di questo treno europeo.
Non possiamo però chiudere gli occhi. I problemi ci sono e bisogna affrontarli con lucidità. I segnali che stanno arrivando vedono una Europa economica in difficoltà, con una inflazione in rialzo, a ulteriore danno di una Europa sociale sempre più arcigna, con i governi che tentano – come sta avvenendo proprio in questi giorni – di imporre chiusure e arretramenti (vedi il tentativo di imporre al Parlamento europeo l’inaccettabile compromesso raggiunto sulla ‘direttiva rimpatrio’), nonché sfruttamento dei lavoratori (vedi l’altro tentativo di sbloccare lo stallo sulla ‘direttiva orario di lavoro’ con l’accordo individuale tra datore e lavoratore o prolungamento delle 48 ore settimanali fino a 60-65 ore).
I nodi si stanno aggrovigliando. Occorre scioglierli uno a uno. Con pazienza e tanta tanta informazione.

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foto

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Crossed glances on the detention of migrants in Europe
Strasburgo, Parlamento Europeo, 18-22 maggio 2008

DISCRIMINAZIONI

Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato,privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto … di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi (Don Lorenzo Milani).
Quando ho chiesto e ottenuto risposta dalla Commissione europea sulla illegittimità dei criteri di assegnazione degli alloggi di edilizia popolare e residenziale a Verona [vedi interrogazione 10.12.2007 e 31.01.2008], ho inviato una lettera aperta ai quotidiani della città, che non l’hanno pubblicata [vedi].
Nel difendere il diritto di chi non ha radici nel territorio, mi sono interrogata se stavo tradendo chi mi aveva eletto. I veronesi soprattutto. Ben 16.000 voti significano tantissimo. Resto tuttavia convinta che non è infrangendo le regole che si può essere europei. Non è chiudendosi che si risolvono i problemi.
Del resto, battersi contro le discriminazioni, nel nostro paese, è sempre stato difficile. E’ un’area di confine, poco conosciuta, anche dai giuristi e dai magistrati, a tutti i livelli. Eppure si tratta di principi fondamentali del nostro ordinamento. Ma non siamo un paese calvinista. La responsabilità e la reputazione non sono moneta corrente. Anzi.
E per di più, quando ci si batte contro le discriminazioni e si progettano azioni a favore per il gruppo discriminato, ci si trova di fronte a chi non intende cambiare la situazione o cedere privilegi. E’ sempre così. Nel campo delle discriminazioni subite dalle donne, nel lavoro e non solo. Lo è quando si tratta di discriminazioni di razza o di nazionalità. Prevale quasi sempre l’idea che si debba innanzitutto fornire di protezioni e di servizi i 'cittadini doc', gli appartenenti da tempo alla comunità. E’ una tradizione che viene da lontano e che si salda con un’altra caratteristica ben radicata in Italia: l’idea che la comunità locale e nazionale sia autoreferenziale e autosufficiente. Che non sia più così è sotto gli occhi di tutti.
Occorre trovare altre strade, che consentano di proteggere tutte le persone che si trovano in situazione di bisogno. Non è chiudendo la porta e rinserrandosi al proprio interno che si fanno gli interessi dei veronesi. Mai come quando si esce e ci si ritrova nel mondo si comprende che è solo dall’aprirsi alle differenze che si cresce, si innova, si compete, si trovano le risorse per aiutare le persone in difficoltà. Quanti veronesi, nelle generazioni precedenti alla mia, si sono trovati ad affrontare il difficile cammino dell’emigrazione? Quanti avrebbero voluto che ci fossero disposizioni che vietassero di discriminarli, soprattutto se e quando integrati da tempo, da almeno cinque anni, nella comunità ospitante? Ora il cammino è inverso. Arrivano tanti stranieri, non solo attirati dal nostro benessere, ma voluti dal nostro sistema produttivo e assistenziale. Molti di loro entrano nelle nostre case. A molti di loro affidiamo la cura dei nostri cari, i piccini come gli anziani.
Penso che siamo tutti d’accordo che, salvaguardando la loro identità, una volta che scelgono di vivere con noi, vicino a noi, devono accettare le nostre regole e integrarsi. Possiamo pensare che questo processo avvenga allontanandoli?
Il rischio è che anche dall’Europa vengano segnali preoccupanti. Sto seguendo la direttiva per imporre sanzioni ai datori di lavoro di clandestini [vedi il testo della Commissione]. E’ come trasferire sui datori di lavoro le difficoltà di regolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro di persone provenienti da paesi terzi dell’Unione europea. Purtroppo il Parlamento europeo solo dall’anno prossimo avrà questa competenza, grazie al nuovo Trattato di Lisbona [vedi testo pubblicato sulla Gazzetta europea del 9 maggio].
A breve approveremo la ‘direttiva rimpatrio’ [vedi il testo della Commissione]. Ne parlerò diffusamente quando il dibattito arriverà al momento conclusivo. Intanto segnalo che speriamo, come socialisti, di riuscire a contrastare la volontà della Commissione europea e del Consiglio che prolungare fino a 18 mesi la detenzione dei clandestini, prima di verificarne la legalità. Clandestini, non delinquenti. Quanti sono i clandestini, o meglio le clandestine che lavorano nelle nostre case, che hanno chiesto di regolarizzare la propria posizione, ma sono molto di più di quanto previsto dai flussi di ingresso? Quanto siamo ipocriti nel non sapere che è impossibile assumere una persona nel paese di origine, senza conoscerla, per portarla a vivere nelle nostre case? E una detenzione così prolungata significherebbe mettere per iscritto che la civiltà giuridica di cui portiamo vanto riguarda solo noi. Gli altri, gli stranieri, non hanno i nostri diritti come persone.

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MINIMI RETRIBUTIVI

Grande é l'attenzione alle retribuzioni e alle pensioni, non solo nel nostro Paese, dove pure la perdita di potere d'acquisto é crescente, ma anche presso le istituzioni europee.
Uno dei temi della nostra campagna elettorale riguarda la garanzia di minimi retributivi. E' una battaglia che al Parlamento europeo é portata avanti dal gruppo PSE, con l'adesione di molti altri gruppi politici (vedi il dossier).
Anche la Banca centrale europea sta iniziando a comprendere che l'aumento del tasso di inflazione deve trovare strumenti per garantire il potere d'acquisto (vedi comunicato e articolo pubblicato su Europea).

 

libera circolazione

Si sta preparando il Consiglio di Primavera, un appuntamento che quest'anno è particolarmente importante per il futuro dell'Europa sociale.

Da una parte si sta completando il percorso sulla Flexicurity. Finito il percorso parlamentare sui principi comuni, con l'approvazione della Risoluzione del Parlamento europeo a fine novembre e la presa di posizione del Consiglio EPSCO dei primi di dicembre, la Presidenza slovena ha scelto di proseguire su questo tema, approfondendo in particolare le ricadute per donne e giovani (vedi documentazione).

Dall'altra la Strategia di Lisbona sta entrando nella sua fase conclusiva. Il Parlamento europeo se ne sta occupando ad ampio raggio: con la Risoluzione. e nelle Linee guida integrate, attualmente all'esame delle commissioni parlamentari (vedi documentazione).

Molte attese si stanno concentrando sulla nuova Agenda Sociale che, quest'anno, è fatta rientrare nell'ambito della prospettiva del rafforzamento del Mercato interno (vedi documentazione).

E', infine, in via di approvazione, come gruppo PSE al Parlamento europeo, un documento dedicato a Inclusive Europe, che riprende il testo approvato al Congresso di Oporto della fine del 2006 del PSE sulla Nuova Europa sociale (vedi documentazione).

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giornata del risparmio energetico15 febbraio 2008
Giornata di mobilitazione internazionale per il Risparmio Energetico.
Spegnere le luci ed ogni dispositivo elettronico non indispensabile dalle ore 18 del 15 febbraio sarà la dimostrazione che lo spreco di energia non è più parte della nostra cultura quotidiana.
European Parliament's participation in the 4th edition of the 'M'illumino di meno' campaign

 

libera circolazione

Si sta completando, in Europa, il quadro di riferimento del Diritto del lavoro e, soprattutto, delle politiche occupazionali.
La scorsa settimana il Parlamento europeo ha votato la relazione su Principi comuni di flessicurezza. Dopo il buon risultato prodotto a luglio sul Libro verde proposto dalla Commissione europea su come modernizzare il Diritto del lavoro per affrontare le sfide del nuovo secolo, di nuovo il Parlamento europeo ha rivendicato il suo ruolo di garante di un modello sociale europeo, capace di saldare le innovazioni ai diritti.
Una parola é una parola. La flexicurity non é una politica buona o cattiva in sé. Non é nemmeno una singola politica, ma piuttosto un insieme di azioni, che non possono che risultare combinate ed equilibrate per rispettare l'endiadi evocata. Questo significa che occorre progettare bene e applicare ancora meglio. In altre parole: dipende!
Di grande soddisfazione il lavoro svolto nella commissione Donne, che ha portato a inserire nel testo un importante emendamento per cercare di declinare la flexicurity al femminile

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Il Parlamento europeo è spesso accusato di lontananza dai problemi reali e di lentezza nell’assunzione delle decisioni. Accuse spesso ingiustificate. Una prova? La tempestiva approvazione giovedì 15 novembre, nella sessione plenaria a Strasburgo, quindici giorni dopo l’assassinio a Roma di una signora italiana di cui è accusato un rom proveniente dalla Romania, di una Risoluzione sull’applicazione della direttiva 2004/38/CE sul diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.
Il caso è, quindi, tutto italiano. Si è sfiorata una grave crisi diplomatica tra Paesi membri, superata grazie all’iniziativa congiunta dei due governi direttamente coinvolti.
Il Parlamento ribadisce che occorre garantire la libera circolazione delle persone e la garanzia di un elevato livello di sicurezza, libertà e giustizia. Ricorda i contenuti della direttiva e la necessità di “rispettare rigorosamente tali limiti e garanzie, compreso l’accesso a un ricorso alle vie legali contro l’allontanamento e l’esercizio dei diritti della difesa”. Ricorda “che le espulsioni collettive sono proibite”. Respinge “il principio della responsabilità collettiva e ribadisce con forza la necessità di lottare contro qualsiasi forma di razzismo e xenofobia”.
Mi piace ricordare che il Parlamento europeo considera “che ci si aspetta dalle personalità pubbliche che si astengano dal rilasciare dichiarazioni che rischiamo di essere intese come un incoraggiamento alla stigmatizzazione di determinati gruppi della popolazione” e ritiene “che le recenti dichiarazioni rilasciate alla stampa italiana da Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione, in occasione dei gravi episodi verificatisi a Roma, siano contrarie allo spirito e alla lettera della direttiva 2004/38/CE, direttiva che gli si chiede di rispettare pienamente”.
Ma questa notizia quanto spazio ha avuto sui quotidiani e nell'informazione televisiva?

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Abbiamo finalmente il nuovo Trattato. E' finita la pausa di riflessione seguita al voto contrario in Francia e Olanda. La Presidenza portoghese ha raggiunto l'obiettivo che aveva promesso di realizzare.
L'entusiasmo non é alle stelle. E' difficile che lo sia. Un po' per la estenuante trattativa intergovernativa, un po' per arretramenti rispetto a una base che già era frutto di numerosi compromessi.
Importante é considerare il testo un punto di partenza e non di arrivo, preparare con attenzione il processo di ratifica da parte degli Stati membri, sapendo che ci sono buoni motivi per dirci soddisfatti. In particolare, perché si é realizzata finalmente la volontà condivisa di recuperare lo spirito comunitario, la volontà di uscire da un processo di crisi e guardare avanti.
Uno degli elementi positivi é che con questo nuovo trattato si avrà più democrazia nell'assunzione delle decisioni, più coinvolgimento dei parlamenti nazionali e del Parlamento europeo.

Progetto di trattato di riforma

lavoro

Il lavoro è sotto i riflettori delle istituzioni comunitarie.
In aprile il Parlamento europeo ha iniziato il percorso per arrivare a un rapporto di iniziativa sul Libro verde della Commissione sulla "Modernizzazione del Diritto del lavoro per adattarlo alle sfide del XXI secolo".
Nella sessione plenaria di luglio è stato votato un testo, frutto del lavoro realizzato in seno alla Commissione occupazione, preceduta dalle opinioni espresse dalla Commissione economica, dalla Commissione mercato interno e dalla Commissione donne.
E' stato fatto un ottimo lavoro. La voce del Parlamento europeo è ora forte e chiara!
Nel frattempo, alla fine di giugno, la Commissione europea ha inviato al Parlamento una Comunicazione sul punto specifico della flexicurity, sulla base dei lavori di un gruppo di esperti.
Tutti i testi sono a disposizione in documentazione, sezione lavoro.

  1. Bilancio di mandato e di trasparenza al Parlamento europeo
    maggio 2006 - maggio 2007
  2. Guida alle Istituzioni comunitarie
    a cura di Emiliano Galati

pointing finger

Ancora una volta il Parlamento europeo si è occupato dell'omofobia, per esprimere tutta la sua condanna. Giovedì 26 aprile è stata votata una Risoluzione per denunciare la situazione preoccupante della Polonia, dove un disegno di legge prevede di punire la 'propaganda omosessuale' nelle scuole. Ovviamente si pensa di licenziare gli insegnanti che 'rivelino' di essere omosessuali e di preparare una lista di lavori vietati.

La condanna del Parlamento ha raccolto voti trasversali: quasi tutti i socialisti hanno votato a favore, così come quasi tutti i democratici, spaccati i popolari, contraria l’estrema destra.

Ovvio che parlare di propaganda omosessuale è incredibilmente strumentale. Si tratta di vera e propria repressione e della violazione del divieto di discriminazione basata sull’orientamento sessuale che è scritta nel Trattato e nella direttiva del 2000.

Se la situazione polacca è gravissima, non nascondiamoci che anche nel nostro Paese non siamo lontani, purtroppo. E’ questo il dato di realtà. E può bastare ricordare il suicidio del giovane studente, per la derisione subita dai compagni. Ed è anche il dato normativo. Nel decreto di recepimento della direttiva europea contro le discriminazioni si afferma che questo divieto incontra un limite nella pedofilia. Un richiamo inutile, scontato e improprio. E’ palese il pregiudizio sottostante che collega direttamente questo reato alla omosessualità.

equal opportunity for all

Nell’Italia familista la battaglia è sui diritti, di Paola Concia e Donata Gottardi (il Riformista, 17 marzo 2007)

Approvata dal Parlamento europeo la Tabella di marcia da qui al 2010 per la parità e la parità di opportunità tra i generi.
Il documento poteva essere migliore. Purtroppo, durante la votazione finale, sono stati approvati emendamenti proposti dal partito popolare, che ne hanno edulcorato alcuni contenuti.
E' pur sempre una buona pista su cui costruire nel nostro Paese una proposta innovativa.