APPUNTI 2007
Premialità, controllo, repressione: la definizione di una strategia di intervento in materia di lavoro illegale
Trascrizione degli interventi di Donata Gottardi alla
Tavola rotonda del 12 maggio 2007

Ringrazio gli organizzatori per avermi invitata per discutere di lavoro sommerso, di lavoro illegale, di lavoro nero. Sono tematiche importanti sicuramente in questa area del Paese, ma complessivamente anche a livello europeo. Non è un problema solo locale, ma ha dimensioni molto più ampie. A me spetta solo il compito di introdurre
Vorrei solo fare un brevissimo richiamo introduttivo a quanto si sta facendo sul tema a livello europeo.
In questo periodo si sta affrontando il tema non solo attraverso meccanismi come quello della introduzione di clausole sociali negli appalti, con particolare attenzione ai subappalti, ma anche all’interno di un documento che in questo momento sta coinvolgendo il Parlamento Europeo e la Commissione, e che consiste in un Libro verde, cioè in un intervento di consultazione sulle strade per modernizzare il Diritto del Lavoro. La consultazione si è chiusa alla fine di marzo e siamo in attesa della presentazione della analisi delle risposte ricevute alle 14 domande sottoposte dalla Commissione.
Riporto le due domande più significative e interessati per questa Tavola rotonda: “Ritenete che sia necessario rafforzare la cooperazione amministrativa tra le autorità competenti in modo che esse possano controllare più efficacemente il rispetto del Diritto del Lavoro comunitario e ritenete che le parti sociali (e qui abbiamo non solo le istituzioni ma abbiamo anche le parti sociali) abbiano un ruolo da svolgere in tale cooperazione? Ritenete che altre iniziative siano necessarie a livello dell’Unione Europea al fine di sostenere l'azione degli Stati Membri nella lotta contro il lavoro non dichiarato?”.
Queste sono le domande 13 e 14, cioè le due domande di chiusura del documento. Come è agevole verificare, sono proprio le domande con cui è possibile aprire la discussione a questo tavolo. Mi pare sia evidente che, da un lato, c'è una propensione a livello europeo a puntare al controllo, che è proprio uno degli strumenti indicati nel titolo di questo dibattito; dall’altro, ci si interroga sul ruolo delle parti sociali e, più in generale, su quali possano essere altre utili iniziative. Quindi, non solo quelle di controllo, ma anche quelle che sono state analizzate ieri, sia nell'incontro nella mattinata sia in quello del pomeriggio, e che puntano a trovare strumenti alternativi.
Il nostro Paese non sta partendo da zero, sta partendo dopo avere provato diverse esperienze di vario segno con ricadute più o meno efficienti.
Ricordo ai fini di condividere tra tutti gli interlocutori che ieri è stata effettuata una approfondita analisi della situazione e della sua evoluzione, oltre che una valutazione di possibili pratiche alternative più efficienti, che vadano davvero ad incidere e che riescano a importare una condizione di lavoro -mettiamola così- che risulti ‘in pari’ con la strategia di Lisbona: piena e buona occupazione.
L’interrogativo di tutte e tutti noi è: come si arriva ad avere finalmente anche nel nostro Paese un adeguamento rispetto agli standard europei?
La materia è particolarmente ampia e l'analisi di quello che ci lasciamo alle spalle va tenuta in considerazione, per costituire la base di partenza e di confronto. Dobbiamo poi concentrarci su quali possano essere le vie e i percorsi nuovi e realmente efficaci.
Credo che per fare questo dobbiamo partire dalle e con le istituzioni. Do ora la parola all'onorevole Giovanni Battafarano, che è capo della segretaria tecnica del Ministro del lavoro, e che ci racconterà quali intenzioni e quali piste per il futuro, partendo da quelle già conosciute, perché introdotte nella Legge Finanziaria della fine dello scorso anno in vari campi: dall'edilizia ai call center. Siamo in attesa di capirne l'implementazione e gli esiti, di conoscere quali i progetti per rafforzare la scelta del Ministero del Lavoro sul miglioramento della qualità e della possibilità di avere nel nostro Paese una situazione stabile di lavoro dichiarato e di buona qualità e durataa.
ONOREVOLE GIOVANNI BATTAFARANO
ONOREVOLE DONATA GOTTARDI
Uno degli aspetti forti di ogni azione di governo è tener conto delle ricadute positive e di quelle negative, nella consapevolezza che ogni intervento ha margini di possibilità di produrre effetti indesiderati. E’ indispensabile cercare di valutare l’impatto, sia prima di procedere con l'intervento sia durante le verifiche successive. La valutazione di impatto della normativa tocca uno dei punti forti del tema di cui ci stiamo occupando oggi. E’ importante l’assetto normativo - la legislazione, la concertazione e la contrattazione - ma anche i percorsi per fare in modo che tutto questo abbia un impatto forte e diretto nel modificare l'assetto delle convenienze.
Questo, credo, sia uno dei passaggi doverosi soprattutto nel nostro Paese.
E` stato ricordato il forte ruolo delle parti sociali, ma è stata ricordata anche la necessità di un intreccio con il sistema delle Regioni e con le autonomie locali.
Questo deriva dalla modifica costituzionale del 2001 ma, anche a prescindere da quella modifica costituzionale, dalla necessità di politiche pubbliche interconnesse e correlate, tra quanto si decide a livello nazionale e quanto si decide e si applica a livello regionale. Solo così si trova la strada per realizzare gli obiettivi.
Certo, ora c'è la possibilità di intervenire direttamente con la legislazione regionale e quindi gli assessori al lavoro hanno un compito anche più gratificante, meno applicativo e più innovativo, con la possibilità quindi di incidere.
Un compito arduo e affascinante. Nessun dubbio che un assessore che conosce da giurista il Diritto del Lavoro come Marco Barbieri sia la persona più adatta per portare a compimento questo compito. La parola a Marco Barbieri.
PROFESSORE MARCO BARBIERI
ONOREVOLE DONATA GOTTARDI
Il quadro si è delineato. Risulta sempre più chiaro e condiviso che dobbiamo dotarci di politiche che incrocino i vari strumenti utilizzabili, a partire dal controllo, controllo che è reso necessario dal fatto che ci troviamo nella situazione data, che non siamo cioè nella situazione ottimale, quella in cui tutti sono già a livello standard ed è quindi possibile occuparsi della re-distribuzione delle risorse.
Introdurrei a questo punto il tema delle politiche attive del lavoro, che riporta in asse il sistema e consente di garantire sicurezza dei lavoratori, sicurezza delle imprese, e quindi la possibilità di competere e innovare, di alzare il livello qualitativo.
Do la parola a Fabrizio Nardoni, responsabile dell'ufficio studi della Confindustria della Regione Puglia.
DOTTOR FRANCESCO NARDONI
ONOREVOLE DONATA GOTTARDI
Questa, finora, è una Tavola Rotonda scarsamente polemica, nel senso che l'asse degli interventi si sta assestando su una condivisione ampia. Ovviamente, non può che essere così, dato che non siamo all'anno zero ma siamo comunque vicini all'anno zero per quanto riguarda i risultati. Questo significa che non si possa che condividere l’esigenza, l’urgenza di trovare strumenti innovativi, facendo tesoro della conoscenza di quello che finora non ha funzionato e dei suoi motivi.
Non so se ci può essere una diversa posizione su questo punto: come combattere il lavoro nero.
Abbiamo detto che si combatte con i controlli e che si combatte facendo in modo che a seguito dei controlli ci sia una repressione. Può sembrare quasi ridondante dire controlli e repressione, ma è opportuno ribadirlo. Forse, in altri Paesi, potrebbero bastare i controlli. Addirittura, se fossimo in un sistema più virtuoso, potrebbe bastare l’autoregolazione. Nel nostro occorre ripristinare i criteri di legalità, quelli per i quali una volta effettuati i controlli, ci siano le adeguate conseguenze.
Però c'è un'altra questione: il lavoro nero si combatte solo così o dobbiamo capire quali ne siano le cause?
Su questo aspetto, una delle tesi su cui si dibatte anche a livello europeo, che poi cercherò di spiegare meglio, e che il sindacato conosce bene, è che il lavoro nero è reazione al costo del lavoro eccessivo. C’è chi propone come ricetta risolutiva quella di abbassare il costo del lavoro e di ridurre i diritti, prospettiva particolarmente pericolosa.
Apriamo la serie degli interventi sindacali dal lato dei lavoratori con Claudio Treves per la C.G.I.L..
DOTTOR CLAUDIO TREVES
ONOREVOLE DONATA GOTTARDI
Al di là delle posizioni sui singoli aspetti, mi pare che tutto continui a convergere soprattutto su un punto, sul punto chiave dei controlli.
Riprendo quanto detto, in apertura della tavola rotonda, sul coordinamento tra amministrazioni in modo da aumentare, anche attraverso questo percorso, il sistema dei controlli. Sistema dei controlli che però può essere incrementato, ma non possiamo pensare che all'improvviso tutto venga controllato.
Mi riallaccio a quanto veniva prima ricordato dal rappresentante di Confindustria sulla situazione negli altri Paesi, non solo in Gran Bretagna ma anche in altri Paesi del nord Europa.
C'è un elemento che trascuriamo quasi sempre e che è un elemento culturale. Ovviamente, come ogni cambiamento culturale non può trovare la sua base in una imposizione normativa, né contrattuale né legislativa, e come ogni cambiamento culturale non ci si può aspettare avvenga nel breve periodo, e riguarda la reputazione, la reputazione delle persone e quella delle imprese.
In altri termini, penso che dovrebbe crescere
Credo che questo sia l’altro nodo sul quale sarebbe necessario intervenire. Certamente qui abbiamo strumenti ancora meno stringenti, che non sono nella disponibilità né del legislatore né delle parti sociali, ma che dovrebbero in qualche modo, almeno a livello di parti sociali, essere messi in campo. Dobbiamo trovare un meccanismo per invertire la tendenza.
Do ora la parola a Giorgio Santini, segretario confederale CISAL.
DOTTOR GIORGIO SANTINI
ONOREVOLE DONATA GOTTARDI
Grazie a Giorgio Santini che ha ulteriormente dimostrato come partendo da questo tema si possa trattare l’universo delle questioni relative al lavoro ed anche ai sistemi produttivi, con l’opportuno richiamo al settore dei servizi e all’economia che sta cambiando anche a livello europeo.
Sicuramente sta diventando sempre più importante il settore dei servizi, un settore che ha come controparti soggetti sempre più diversi.
Chiude la tavola rotonda
DOTT.SSA ANTONELLA PIERASTU
ONOREVOLE DONATA GOTTARDI
Grazie di questo intervento così preciso e dettagliato su alcune linee politiche di intervento, che guarda al futuro e alle nostre aspettative.
Mi è stato affidato il compito di concludere. Per farlo, considero utile riportarci al livello europeo e, quindi, al modello sociale europeo, alla strategia di Lisbona, al lavoro di qualità e alla innovazione.
Parto dalla strategia di Lisbona per dire che sento spesso voci critiche nei suoi confronti, da parte di chi si lamenta che non si riescono a raggiungere gli obiettivi prefissati. Se è vero che siamo ancora lontani a livello europeo sia per l'aspetto quantitativo sia per quello qualitativo, penso però che noi siamo gli ultimi a poterlo dire, dato che siamo agli ultimi posti di tutti gli indicatori. Insomma, è il nostro Paese che contribuisce fortemente al fallimento di questa strategia. Se fossimo in una posizione avanzata, avremmo maggiore legittimazione a discutere obiettivi e strategie, ma arrivando quasi sempre buoni ultimi, credo sia abbastanza ingeneroso affermare che la strategia di Lisbona è fallita, visto che stiamo troppo contribuendo al suo insuccesso.
In questi giorni sono stati presentati a Bruxelles gli esiti dei Paesi appartenenti alla zona euro, con una serie di indicatori dettagliati. Molte tabelle sono particolarmente complicate. Vi riporto, invece, una tabella chiarissima in cui veniva disegnata la curva della produttività del lavoro. Questa è particolarmente negativa per l'Italia e il Portogallo. Purtroppo ancora una volta l'Italia compare nelle retrovie.
Dobbiamo cercare di cambiare passo, dobbiamo trovare strade per riportarci in linea, in particolare per quanto riguarda quello di cui si discute in questa sede e che riguarda il sistema produttivo e il lavoro.
Credo che davvero dobbiamo cercare di riportarci a livello europeo, portarci all'interno di uno schema positivo.
Una delle possibilità è offerta dall’apertura della consultazione sul Libro verde sulla ‘Modernizzazione del diritto del lavoro’, cui ho fatto riferimento in apertura della Tavola rotonda, ricordando la tredicesima e la quattordicesima domanda.
Si tratta di un Libro Verde. E’ importante ricordarlo, perché penso che il senso profondo e il valore aggiunto di questo documento stanno proprio nell'avere aprto
Mi pare vi sia ampio consenso su una valutazione negativa del Libro Verde. Vorrei però pragmaticamente ricordare che stiamo criticando la parte di analisi del testo e il tenore delle domande, in alcuni casi del tutto retoriche e scarsamente innovative. Conservo però speranza nei confronti delle risposte. Dobbiamo augurarci che la qualità delle risposte sia ben più alta delle domande e che in questo modo abbiamo la possibilità di percorrere piste significative, innovative e convincenti.
Anche il Parlamento europeo si sta pronunciando sul Libro Verde, con un rapporto di iniziativa. La discussione è accesa. Riguarda non solo la Commissione principale, quella Occupazione, ma anche
Sono relatrice nella Commissione economica, per le ricadute economiche. Anche oggi, qui, abbiamo parlato di competitività del sistema delle imprese, di come il lavoro nero abbassi l'efficienza del sistema produttivo.
La mia opinione è che quel testo non riguarda il Diritto del Lavoro. Sarebbe una operazione impossibile. Qualcuno di noi pensa che sia possibile con 14 domande proiettarci a modernizzare altri ambiti del diritto come il diritto commerciale o il diritto tributario?
Non solo, ma se anche si trattasse del Diritto del Lavoro, di quale Diritto del Lavoro parliamo: nazionale o europeo? E non si dica che non esiste Diritto del Lavoro europeo. Quando si valuta l’impatto delle direttive in materia di lavoro sui sistemi legislativi nazionali, compreso il nostro, dobbiamo riconoscere che, a partire dagli anni ’90, il nostro Diritto del Lavoro è cambiato profondamente.
Può sembrare rilievo pignolo o ossessione per la terminologia, ma come si fa a dire che i lavori atipici sono nuove forme di occupazione? Il contratto di lavoro a termine vi pare una nuova forma di occupazione nel nostro Paese, come in tutti gli altri Paesi? La fonte normativa risale quanto meno al Codice Civile e alla prima legge del 1962. Possiamo dire che si tratta di una nuova forma di occupazione? Questo rilievo vale anche per il lavoro interinale, seppure nel nostro Paese è stato introdotto solo dieci anni fa.
Dobbiamo differenziare. E vedere la differenza tra flessibilità e precarietà. Non possiamo pensare che dobbiamo ora fare in modo che il Diritto del Lavoro consideri questi contratti. No, il Diritto del Lavoro già li considera; durante i corsi universitari quanta parte dedichiamo a questi contratti? Non è corretto chiedere di modificare il Diritto del Lavoro per far sì che ne tenga conto.
Ritengo che il Libro verde sia rivolto soprattutto alle politiche occupazionali: che sono una parte del Diritto del Lavoro, ma non sono il Diritto del Lavoro. Ed è importante oggi intervenire su queste politiche: quelle attive e quelle passive.
Questa impostazione potrebbe contribuire ad abbassare il livello dello scontro in atto su questo testo e riportarlo invece verso l'innovazione, l’innovazione dell'organizzazione del lavoro, l’innovazione degli strumenti e la modularizzazione delle protezioni.
Va del tutto abbandonata la logica sottostante al Libro Verde, che ipotizza di poter scambiare la riduzione della flessibilità o della frammentazione delle tipologie lavorative in entrata con l’aumento della libertà da parte del sistema delle imprese nei confronti della flessibilità in uscita (licenziamenti e dimissioni). Questa è tutto fuorché una ricetta per il nuovo secolo, che guarda in avanti e non indietro.
E invece dobbiamo cercare di trovare nuove risposte, in positivo; cioè cercare di capire come lanciare una nuova sfida, come tenere conto del lavoro che è cambiato. Il Libro Verde parte da due punti fermi: la globalizzazione dei sistemi produttivi e le sfide demografiche. Manca il richiamo, altrettanto importante, ai cambiamenti nelle metodologie lavorative, determinati anche dalle nuove tecnologie. Manca il richiamo all'economia virtuale, ci porta a superare ogni barriera territoriale.
Anche questa è una sfida da cogliere, con grande attenzione però, perché alcuni passaggi dell'analisi sono passaggi pericolosi, accreditano l’idea che non esista più il tradizionale conflitto tra lavoro e capitale, ma che il conflitto sia tra insider ed outsider. Peraltro, anche questa è una considerazione risalente e non certo recente.
Oltre allo scambio che ho ricordato prima, quello tra minore flessibilità in entrata e maggiore flessibilità in uscita, il Libro verde ne propone un altro. Partendo dalla considerazione che le stesse imprese sono sempre più incerte, precarie e flessibili, propone di passare dalla garanzia nel posto di lavoro a quella nel mercato del lavoro.
Mi limito a ricordare che si tratta di uno scambio improprio, con trasferimento di costi normativi del datore di lavoro a costi finanziari a carico delle finanze pubbliche. In altri termini, non è accettabile pensare di transitare dalla tutela normativa nel contratto di lavoro alla tutela mediante servizi pubblici con risorse collettive. Significa anche porsi il problema di quale possa essere il livello di corresponsabilità delle parti sociali, dati i rischi di tenuta rispetto al patto di stabilità e di crescita. E il nostro Paese è ancora considerato a livello di debito intollerabile.
Durante la Tavola rotonda si è fatto riferimento all'esempio positivo della Danimarca. Ma in quel Paese c'è un alto tasso di contribuzione fiscale e previdenziale, il lavoro nero è quasi assente e il debito pubblico è nella media.
Inoltre, ci troviamo di fronte all’incremento della differenziazione tra sistemi produttivi. La differenziazione c’è sempre stata. Pensiamo alla Gran Bretagna e a Paesi come la Germania dove sono presenti grandi gruppi industriali. Ricordo le difficoltà quando, l’estate scorsa al Parlamento europeo è arrivato il dossier sul Fondo di adeguamento alla globalizzazione. Si tratta di un intervento di finanziamento e di sostegno nei confronti delle delocalizzazioni extra Unione europea, che ha come asse principale il sostegno ai lavoratori nelle riduzioni di personale. Ma deve trattarsi di imponenti licenziamenti collettivi, a partire dai mille dipendenti (sia pure con deroghe), della grande industria e della sua sub-fornitura. E’ inevitabile chiedersi: quante situazioni come queste ci sono (ancora) oggi nel nostro Paese? Praticamente nessuna. E quando ho provato a dire: “teniamo conto dei distretti e delle reti di piccole imprese”, i miei colleghi mi hanno guardato stupiti, non comprendendo di cosa parlassi. La condivisione maggiore l’ho trovata, ovviamente, nella collega portoghese e nel collega maltese.
Ora le differenze tra i sistemi produttivi crescono, con riferimento alle economie dei nuovi Paesi membri. E questo anche se confrontiamo la legislazione del lavoro.
Torniamo a un punto presente nel Libro Verde e che riguarda il tema di queste giornate, il lavoro nero. Molti pensano che dipenda dalla iper-protezione della legislazione del lavoro. A me pare che parlare genericamente di lavoro troppo protetto sia una banalità, perché invece dovremmo cercare di capire a quali settori, ambiti e istituti ci riferiamo. Nelle discussioni si va da chi segnala un eccessivo carico di contribuzione a chi invece sta parlando di tutele normative, quindi regole giuridiche dei contratti individuali di lavoro.
Ecco perché non possiamo parlare di scardinamento o di smantellamento delle tutele come se ci trovassimo di fronte a sistemi omogenei.
Tutto questo ci riporta al tema centrale: come seriamente riuscire riportare il nostro Paese dentro ad un modello sociale europeo corretto, innovativo, di cambiamento, vincente nell'economia globalizzata. Questo lo possiamo ottenere solo con un approccio pragmatico, che intervenga su singoli aspetti e su singoli problemi.
Chiudo segnalando che nel mio rapporto di iniziativa una parte importante l'ho dedicata proprio al lavoro nero, che è uno degli aspetti della competitività di sistema e, quindi, tipica competenza della Commissione economica. Il sistema regge e la competizione tra le imprese è corretta, se non c'è lavoro nero, se non c'è lavoro non dichiarato, se non c'è lavoro sommerso.
Ho anche provato a fare riferimento agli indici di congruità. A sostenere che il lavoro nero si combatte attraverso il rafforzamento dei coordinamenti tra agenzie e rafforzamento delle ispezioni e il coordinamento anche a livello europeo ma anche con metodi innovativi quali, appunto, gli indici di congruità. Chiudo con una nota di colore: come si traduce in inglese “indici di congruità”? Dovevo proporlo direttamente e non affidarmi al servizio di interpretariato perché, dati i tempi ristretti, ho dovuto presentare il testo direttamente in inglese, per farmi capire subito dai miei colleghi e verificare se si riusciva a trovare il loro assenso. E lì mi sono scontrata col fatto che l'inglese chiede il termine di paragone, e quindi se dico “indici di congruità” devo indicare tra che cosa. Me la sono cavata facendo riferimento a “metodi innovativi indicativi e a benchmarks”.
In Parlamento sarà una battaglia lunga e difficile, ma non dispero che con grande dose di pragmatismo si riesca a trovare una buona soluzione che riesca a inviare alla Commissione un segnale importante. Ricordo che la Commissione, sulla flessibilità e sicurezza, ha intenzione di intervenire con una comunicazione. Il lavoro tempestivo del Parlamento europeo serve anche a questo: a fornire le basi per una buona comunicazione e per non dover sempre ripartire in salita.
Grazie a tutti gli intervenuti che hanno dimostrato quanto il lavoro nero, sommerso e non dichiarato sia uno dei temi centrali della discussione in tutto il nostro Paese ed in particolare in questa Regione e in questa Provincia.




