scritti 2008
Lettera aperta su criteri Agec Verona
di Donata Gottardi

Caro direttore,
vorrei provare a riportare oggettività nel dibattito sui criteri per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare ed agevolata. Nelle delibere dell’Agec e del Comune di Verona si prevede l’attribuzione di punteggi aggiuntivi “per i cittadini italiani, nati nella provincia di Verona” e questi punteggi variano a seconda che vi risiedano o lavorino da un determinato numero di anni (ad esempio, compreso tra otto e venti anni).
Ho presentato due interrogazioni scritte alla Commissione europea nel mio ruolo di parlamentare europea. La prima, a dicembre, assieme a numerosi colleghi, sulla base delle informazioni disponibili; la seconda, a gennaio, una volta in possesso delle delibere che contesto.
La Commissione europea – il commissario competente in materia di immigrazione è Franco Frattini – ha risposto alla prima affrontando la compatibilità dei criteri di assegnazione nei confronti sia di cittadini di altri paesi dell’Unione europea sia di cittadini di paesi terzi, nella loro qualifica di soggiornanti di lungo periodo. Attenzione: cittadini stranieri che soggiornano sul nostro territorio da lungo periodo; non, quindi, ogni immigrato e men che meno i clandestini. Penso sia noto che per essere riconosciuti come soggiornanti di lungo periodo, e quindi per accedere alla carta di soggiorno, occorrono come minimo cinque anni di residenza regolare e ininterrotta.
La prima risposta di Franco Frattini a nome della Commissione è chiarissima e parla da sola: le disposizioni delle due direttive europee in materia “escludono qualunque possibilità per uno Stato membro di attribuire particolari privilegi ai propri cittadini senza attribuire i medesimi privilegi anche ai soggiornanti di lungo periodo residenti in quello Stato membro”. E chiude affermando che “la Commissione intende contattare le autorità italiane al fine di ricevere maggiori informazioni sulla questione e circa l’osservanza delle direttive sopra citate”.
Il sindaco di Verona ha affermato di aver chiamato al telefono Frattini, che lo ha rassicurato. Ebbene: no! Non si tratta di alzare il telefono per chiamare un compagno di coalizione. Non funziona così in Europa. I dirigenti e i funzionari – sono loro evidentemente a scrivere le risposte alle interrogazioni presentate – non si fanno condizionare dalle appartenenze politiche interne ai singoli paesi.
E, infatti, in questi giorni, il 10 marzo, è arrivata la risposta anche alla seconda interrogazione, che conferma la prima. E ora saranno le autorità italiane a dover inviare tutta la documentazione, in modo che la Commissione possa procedere nel merito.
Sono stata accusata di strumentalizzare politicamente la vicenda. Chi mi conosce sa che, fino a due anni fa, prima di accettare di rappresentare il Nord-est al Parlamento europeo, ero una docente universitaria esperta, in particolare, nel campo delle discriminazioni: di quelle di genere come di quelle di razza e di nazionalità.
Insomma, la posizione della Commissione è talmente limpida e diretta che non consente di accreditarne una lettura rovesciata solo a proprio uso e consumo. Così come non si può mettere in dubbio la buona fede e negare la competenza, soprattutto quando la funzione politico istituzionale svolta si combina con una preesistente professionalità.
Battersi contro le discriminazioni, nel nostro paese, è sempre stato difficile. E’ un’area di confine, poco conosciuta, anche dai giuristi e dai magistrati, a tutti i livelli. Eppure si tratta di principi fondamentali del nostro ordinamento. Ma non siamo un paese calvinista. La responsabilità e la reputazione non sono moneta corrente. Anzi.
E per di più, quando ci si batte contro le discriminazioni e si progettano azioni a favore per il gruppo discriminato, ci si trova di fronte a chi non intende cambiare la situazione o cedere privilegi. E’ sempre così. Lo è quando si tratta di combattere le discriminazioni subite dalle donne, nel lavoro e non solo. La maggior parte dei ricorsi in giudizio sono presentati da uomini che protestano per aver subito quella che, in termine tecnico, si chiama discriminazione alla rovescia.
Lo è quando si tratta di discriminazioni di razza o di nazionalità. Prevale quasi sempre l’idea che si debba innanzitutto fornire di protezioni e di servizi i 'cittadini doc', gli appartenenti da tempo alla comunità. E’ una tradizione che viene da lontano e che si salda con un’altra caratteristica ben radicata in Italia: l’idea che la comunità locale e nazionale sia autoreferenziale e autosufficiente.
Che non sia più così è sotto gli occhi di tutti.
Una amministrazione non può permettersi di non conoscere la normativa. Non può scegliere criteri discriminatori per l’attribuzione di punteggi aggiuntivi. Non può illudere i cittadini veronesi bisognosi, alimentando la lotta tra poveri. Non può farsi paladina della ‘veronesità’, sapendo che si pone in contrasto con i principi fondamentali del sistema giuridico.
Deve piuttosto trovare altre strade, che consentano di proteggere tutte le persone che si trovano in situazione di bisogno, soprattutto quando questo bisogno riguarda l’alloggio.
Non è chiudendo la porta e rinserrandosi al proprio interno che si fanno gli interessi dei veronesi. Mai come quando si esce e ci si ritrova nel mondo si comprende che è solo dall’aprirsi alle differenze che si cresce, si innova, si compete, si trovano le risorse per aiutare le persone in difficoltà.
Quanti veronesi, nelle generazioni precedenti alla mia, si sono trovati ad affrontare il difficile cammino dell’emigrazione? Quanti avrebbero voluto che ci fossero disposizioni che vietassero di discriminarli, soprattutto se e quando integrati da tempo, da almeno cinque anni, nella comunità ospitante?
Ora il cammino è inverso. Arrivano tanti stranieri, non solo attirati dal nostro benessere, ma voluti dal nostro sistema produttivo e assistenziale. Molti di loro entrano nelle nostre case. A molti di loro affidiamo la cura dei nostri cari, i piccini come gli anziani.
Penso che siamo tutti d’accordo che, salvaguardando la loro identità, una volta che scelgono di vivere con noi, vicino a noi, devono accettare le nostre regole e integrarsi. Possiamo pensare che questo processo avvenga allontanandoli? Come dobbiamo diversamente interpretare l’eliminazione della consulta degli immigrati?




