appuntiALTRI SCRITTI 2007

Vivere la flessibilità

di Emiliano Galati (22 dicembre 2007)
barra punti metallici

Il welfare visto dai collaboratori finisce per confondersi in una galassia di buoni propositi che, però sembrano riguardare un’altra vita, che non è la loro.
Almeno per oggi, domani si vedrà.
La categoria meno atipica e più istituzionalizzata dei cosiddetti lavoratori atipici hanno, infatti, un rapporto di amore e odio nei confronti della propria condizione lavorativa.
C’ è una soddisfazione di fondo per le mansioni svolte (72.6%) e anche per la remunerazione (54.2%), ma rimane fortissima (54.2%) l’aspirazione ad una posizione più stabile che assicuri maggiori garanzie e tutele.
La soddisfazione per la condizione professionale attuale è strettamente associata alla sua percezione come puramente transitoria verso altre modalità lavorative.
Del resto in una società senza dimensione di marcia unitaria, negli atipici si è sviluppata una sorta di fluttuazione nel presente, una tendenza a concentrarsi prevalentemente sulla dimensione contingente.
Questa fotografia dei lavoratori atipici emerge da una ricerca voluta dalle Acli e realizzata dal Censis in collaborazione con l’Iref.
L’indagine si presenta ricca di stimoli.

L’IDENTIKIT DEL LAVORATORE FLESSIBILE
Infatti, gli intervistati si presentano soddisfati della loro retribuzione e del tipo di lavoro svolto.
Meno soddisfatti della tipologia del contratto perché lo vedono come un ponte verso un lavoro dipendente più stabile o verso un’attività imprenditoriale più remunerativa.
Hanno nel patrimonio, nel reddito e nelle relazioni di famiglia la rete di protezione effettiva e solida che li garantisce in caso di difficoltà economiche e occupazionali.
Per il lavoro la richiesta è quella di potenziare la dotazione individuale e collettiva di fattori che incidono sul potere contrattuale soggettivo, riducendo quella quota di instabilità e di taglio delle retribuzioni che non è legata alla propria performance nel lavoro e nel fare rete ma piuttosto all’inarrestabile tendenza sistemica a creare una sorta di nuovo esercito industriale di riserva da marginalizzare dentro o fuori del mercato del lavoro a seconda della congiuntura.
Partendo dall’assunto che di fatti è in atto il passaggio da società salariale a società dei lavori; in quest’ultima il lavoro è a rischio, a rischio di essere perso o cambiato, di aumentare come di diminuire.
Se durante il regime della piena occupazione si interveniva sui momenti di crisi di chi non poteva o non riusciva a stare dentro la società del salario, al tempo delle forme di produzione si profilano strategie di gestione permanenti della crisi.
I cosiddetti lavori atipici hanno capito di essere soggetti produttivi fragili, intercambiabili e sostituibili: è sufficiente non avere il rinnovo contrattuale per ritrovarsi in una condizione di precarietà esistenziale.
Questa condizione sembra essere divenuta la normalità.
In altre parole, l’essere impiegati in modo flessibile determina una nuova categoria di disagio, un disagio normale perché ormai cronico.

Lo studio indaga, per la prima volta a tutto campo, il popolo atipico, mettendone a fuoco i comportamenti, le aspettative, le preoccupazioni, il livello di vulnerabilità sociale e le opinioni sul futuro. Il lavoro è stato svolto su un campione di mille persone, tenendo conto di variabili socio demografiche, al fine di garantire la rappresentatività dell’universo di circa tre milioni di lavoratori con contratti di questo tipo.
D’altra parte la scelta di pensare domani al futuro, privilegiando un presente ricco di esperienze stimolanti, appare inevitabile: se il lavoro è transitorio, temporaneo, intermittente, non può essere il fulcro di un destino individuale da costruire progressivamente dove i sacrifici attuali sono funzionali solo per creare nuova ricchezza.
I lavoratori atipici non hanno mai staccato i ponti rispetto alla famiglia d’origine.
Se pochi sembrano in qualche modo preoccupati di trovarsi in difficoltà economiche (20%), ciò avviene perché possono contare sull’aiuto della famiglia (il 56% lo ha fatto concretamente nell’ultimo anno) e su quello degli amici (35.8%).
Insomma, il calore della nicchia familiare sembra essere un ottimo baluardo contro le conseguenze delle minori tutele collettive e rendo meno stringente il nodo della costruzione del futuro.
Anche se il crescente peso sulle spalle finanziarie e relazionali delle famiglie del costo della flessibilità e della competitività del sistema delle imprese rischia di sovraccaricare le reti familiari rallentandone la spinta come polmone finanziario.
In sostanza la ricerca ci suggerisce che l’attuale flessibilità si traduce più in una riduzione di tutele e costi che nella promozione di un’effettiva mobilità indotta su di una competizione su conoscenza ed innovazione.
Tutto ciò rischia di accentuare la contrazione della voglia di investire sul futuro.
Nonostante oltre il 90% dichiari di avere idee abbastanza chiare sul futuro ed essendo convinti che nei prossimi anni si ridurrà l’ampiezza della copertura pubblica per sanità e previdenza e, sapendo che non riceveranno una pensione adeguata, la maggior parte non fa nulla per garantirsi una vecchiaia serena o perché non ha i soldi necessari o perché non ha trovato il tempo per informarsi.
La previdenza complementare è giudicata  indispensabile per integrare la pensione pubblica, ma è difficile far fronte ai piani di versamento e ci vorrebbe un’incentivazione fiscale.
Anche perché la disponibilità sono molto ridotte: molti dichiarano di non risparmiare nulla e pochi si limitano a mettere da parte il 5% del proprio reddito annuo.
C’è una certa prevalenza di donne (oltre la metà) e una leggera maggioranza di under 40enni.
Vivono nei capoluoghi di provincia, quasi tutti al Nord Italia.
Utilizzano le nuove tecnologie e uno su tre ha in tasca una laurea.
Oltre la metà vive ancora in famiglia e solo un 10% ha creato un nucleo familiare con figli.
I principali canali utilizzati per trovare lavoro sono essenzialmente due: le conoscenze (relazioni personali e familiari) e l’invio del curriculum.

L’identikit odierno propone uno spaccato diversificato dei modi d’essere atipici nel mercato del lavoro attuale.
Esistono:

  1. i surfisti: si collocano coloro che hanno ormai acquisito esperienze, abilità e conoscenze tali da consentirgli di gestire il proprio destino lavorativo. I surfisti sono tali in quanto fuoriescono da una concezione negativa della flessibilità (precarietà, marginalità, instabilità lavorativa); per loro, la flessibilità è l’elemento costitutivo della propria espressione professionale. Essi coltivano strategie composite sia all’esterno, definendo costantemente relazioni, sia all’interno, investendo in formazione ed informazione nel proprio ambito lavorativo);
  2. i sospesi: gli individui che compongono questo gruppo occupano una posizione intermedia: sono attori pienamente coinvolti nei processi della flessibilità del lavoro, anche se nell’universo del lavoro flessibile occupano una posizione relativamente privilegiata. Nonostante ciò, vivono le contraddizioni dell’odierno mercato del lavoro: instabilità e discontinuità delle prestazioni, scarsa normazione del settore e frammentarietà dell’impiego. Essi rappresentano il volto tipico e non ancora conciliato della flessibilità che lascia sospesi tra un lavoro che c’è e domani potrebbe non esserci. La continua rincorsa alla conferma del contratto richiede una gestione quasi quotidiana della propria condizione lavorativa, a scapito della progettualità per il futuro.
  3. i novizi: sono giovanissimi, che vivono per lo più in famiglia e abitano in gran parte al Nord Italia. Per questi il lavoro rappresenta semplicemente una parte della propria vita. Al momento hanno altre priorità, come coltivare le relazioni interpersonal, finire gli studi e presumibilmente anche divertirsi. Risulta evidente che per questi individui la flessibilità non è un problema.
  4. i naufraghi: sono coloro per i quali la condizione lavorativa attuale è percepita in modo penalizzante nella realizzazione del loro progetto lavorativo e di vita. Oscillano, infatti, tra l’inattività lavorativa e l’impiego saltuario, svolgendo per lo più mansioni a bassa qualifica professionale. Loro accettano in linea di massima, qualsiasi mansione, non pongono questioni di natura contrattuale, lavorano a buon mercato e sono disponibili alle richieste del datore di lavoro sacrificando all’occorrenza il proprio tempo libero. Si tratta alla fine di un tipo di flessibilità che nei fatti non è flessibile, bensì uno stato permanente di bisogno che comporta un indebolimento nella forza contrattuale di questi atipici.

 

LA SITUAZIONE LOCALE E IL MODELLO AMERICANO
Nel complesso si tratta di persone che, da quando hanno cominciato a lavorare, hanno praticato una sorta di “nomadismo contrattuale”: dalle cococo alle collaborazioni a progetto, dal lavoro somministrato alla prestazione occasionale.
Qualcuno è anche stato lavoratore dipendente a tempo indeterminato mentre altri hanno avuto un contratto di inserimento.
Quindi si è davvero eclissato il mito del posto fisso nel nostro paese?
E in Veneto?
Sono divergenti le interpretazioni che gli attori del mercato del lavoro regionale danno a recenti studi avvenuti nella nostra regione : secondo i quali nella regione più del 40% dei contratti a tempo indeterminato vengono sciolti prima di 12 mesi.
Inoltre in due casi su tre, secondo l'indagine, è il lavoratore stesso a decidere di rinunciare alla sicurezza del posto fisso, per mettersi nuovamente in discussione.
«La facilità di trovare in tempi brevi un buon contratto - spiega Bruno Anastasia, dirigente dell'Osservatorio di Veneto Lavoro - aumenta la mobilità dei lavoratori, in particolare nei settori dei servìzi e del turismo, ma anche nel manifatturiero».
Si interrompe infatti entro l'anno il 52% dei contratti a tempo indeterminato nel settore dei servizi alla persona (con punte del 56% per quanto riguarda alberghi e ristoranti) e il 51% in quello costruzioni.
 Nelle imprese del sistema moda il dato supera comunque il 37%, il 32% invece in quelle metalmeccaniche e del legno-arredo. Nel periodo tra il 1998 e il 2004, al quale risalgono i dati, l'8% di chi è arrivato ad ottenere un posto fisso cambia idea già nel primo mese di lavoro, una percentuale che sale al 10% nel giro dei tre mesi e al 42,3% alla fine del primo anno di lavoro. Il 65,4% di questi ha presentato volontariamente le dimissioni, trovando nel 37% dei casi un nuovo impiego entro soli dieci giorni, mentre il 27% non ha siglato alcun contratto, prendendo presumibilmente la strada del lavoro autonomo.
 Dopo tre anni, i lavoratori veneti che abbandonano l'azienda sono due su tre.
Il mercato del lavoro della regione appare quindi simile a quello statunitense.
 «Da un confronto con la situazione degli Usa - afferma Bruno Anastasia - abbiamo scoperto che le dinamiche numeriche presentano molte similitudini tra la mobilità che caratterizza il Veneto e il modello americano».
Che la vita professionale dei veneti sia segnata da un volontario nomadismo è una necessità legata al tessuto di piccole imprese.
Sicurezza e stabilità contano ancora secondo i dirigenti sindacali, secondo i quali l'abbandono dei posti di lavoro a tempo indeterminato avviene perché la qualità degli impieghi fissi, in Veneto, spesso è inadeguata e non risponde alle esigenze dei lavoratori, sia dal punto di vista della professionalità, sia da quello della retribuzione.
 Nelle aziende dove le condizioni economiche e i diritti sono rispettati il turnover è più basso, mentre è naturale che i tanti diplomati o laureati assunti con la qualifica di operai cerchino una migliore collocazione.
In definitiva una dimensione del mercato del lavoro regionale in continuo mutamento.
Una situazione che il sociologo americano Ken Dychtwald, in Age Wawe, ha riassunto così: «Detto in modo semplice: per prima cosa imparavi, poi lavoravi, in genere sempre nello stesso posto, e alla fine morivi. Si supponeva che al termine dell’adolescenza tu sapessi cosa avresti voluto fare per il resto della vita. I trenta e i quaranta erano gli anni della cura dei figli; i cinquanta e i sessanta, se ci arrivavi, quelli dei nonni. Il tragitto dall’infanzia alla vecchiaia era diritto. Aveva una sola direzione, con poco spazio per esitazioni, deviazioni o seconde possibilità. Questo piano di vita lineare era sorretto dalle forze della tradizione. Ora ci si muove senza grandi rotte. La strategia diventa tattica, la guerra si fa giorno per giorno. Non c’è più nessuno in grado di dirti: si fa così. L’unica regola aurea è imparare a convivere con l’incertezza. La crisi del modello taylorista rappresenta una rivoluzione copernicana nell’esistenza dell’uomo. E vivere, più che in passato, diventa una questione di scelte individuali».


Ci penserò domani: comportamenti, opinioni e attese per il futuro dei co.co.co, ricerca Acli – iref, 2004

Studio dell'Osservatorio di Veneto Lavoro, 2007.