appuntiAPPUNTI 2008

Brevi note di osservazione al Libro verde di Sacconi.

di Donata Gottardi e Cesare Damiano

Il Libro verde sul futuro del modello sociale presentato il 25 luglio 2008 dal Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali è da apprezzare in quanto segue la tradizione delle istituzioni europee: aprire con un documento la consultazione pubblica, cui far seguire un Libro bianco e, di seguito, gli interventi normativi opportuni. E’ un cambiamento importante sotto il piano del metodo, soprattutto se si considera la precedente esperienza del governo di centro-destra che, all’inizio degli anni 2000, aveva scelto di partire direttamente presentando un Libro bianco.

Appare ancora più evidente però quello che resta uno dei limiti maggiori del documento proposto: l’assenza di riferimenti al contesto europeo. La procedura di consultazione viene ancorata ad altre esperienze nazionali, senza citare il suo legame più stretto e diretto, cioè quello europeo.
Il problema è profondo. Non riguarda solo questo. Scarsissimi sono i riferimenti al livello europeo. Provo a richiamarli. In un primo passaggio si chiama ad agire l’Unione europea per garantire diritti minimi nel mondo globalizzato, facendo riferimento a standard internazionali (pagina 11). Un ruolo, quindi, minimo e per di più indiretto, dato che si richiamano i principi internazionali.
In un secondo passaggio si richiama l’Agenda sociale, fotografata al 1992 (piano Delors) e senza alcun riferimento a quanto nel frattempo avvenuto. Si tenga conto che l’ultimo atto proveniente dalla Commissione europea e ora al vaglio del Parlamento europeo è la nuova Agenda sociale rivisitata.
In un terzo passaggio si cita il Libro bianco sulla salute e “indicatori europei per politiche, salute, innovazione, crescita, occupazione”, senza alcuna partizione interna. Eppure sul tema degli indicatori il dibattito è acceso e riguardano separatamente queste aree.

Che cosa manca allora su questo piano? Praticamente tutto. Si può anche essere scettici sulla possibilità di identificare un solo modello sociale europeo, ma aprire la consultazione sul modello sociale italiano senza confrontarsi con il livello sopranazionale appare inspiegabile.
E soprattutto copre e mette la sordina al fermento che invece caratterizza questa fase: dalla riforma della direttiva sull’orario di lavoro, alla direttiva sul lavoro interinale, alla direttiva sui comitati aziendali europei, alla revisione della direttiva sul distacco dei lavoratori all’interno dell’unione, alle nuove linee guida della Strategia di Lisbona, agli interventi sull’inclusione sociale, alle nuove direttive sulla parità di trattamento e i divieti di discriminazione, …

Prendiamo gli obiettivi quantitativi e qualitativi della Strategia di Lisbona. In un passaggio del Libro verde si afferma che possono essere agevolmente raggiunti rimuovendo alcune rigidità (deregolazione) e agendo sul lavoro nero (pagina 19). Una valutazione davvero troppo ottimistica, se teniamo conto che siamo fanalino di coda su tutti gli indicatori e che non è individuata alcuna reale azione di intervento. Si pensi a quanto sarebbe necessario sulla produttività, che non può essere innalzata solo legando la contrattazione aziendale alla produttività, sia perché la contrattazione aziendale riguarda poche imprese sia perché comunque non basta agire su questa leva per far incrementare la produttività.

Ci sono poi alcuni errori. La Strategia di Lisbona viene richiamata per gli obiettivi sui nidi, mentre si tratta di Barcellona (pagina 15).
Aggiungo qui che la decadenza dai benefici di disoccupazione per mancata accettazione di percorsi di politica attiva viene attribuita (a pagina 8 e anche domanda 4) alla ‘legge Biagi’, mentre il decreto legislativo che la introduce è frutto di delega del precedente governo di centro-sinistra.

Il tema delle politiche attive del lavoro è affrontato proponendo una riforma del sistema degli ammortizzatori sociali basata sugli enti bilaterali. Si tratta di una scelta condivisibile, ma che non risolve certamente i problemi, sia per grado di copertura soggettivo (pensiamo ai lavoratori a progetto), sia quello economico (le risorse suddivise su basi ristrette rendono difficile l’equilibrio finanziario).

Del resto manca ogni tentativo di intersecare i principi comuni di flessibilità legata alla sicurezza, proposti dalle istituzioni comunitarie. Un punto in particolare ha trovato ampio consenso in sede europea: l’inutilità di continuare a frammentare le tipologie di lavoro. In controtendenza il governo attuale ha invece operato di nuovo in questo senso negli scorsi mesi, per di più con lo strumento della decretazione d’urgenza, con interventi ad esempio di liberalizzazione ulteriore del contratto a termine. Una dimostrazione di questa dissociazione compare proprio nella prima domanda che apre la consultazione. Il primo paragrafo è dedicato alle Disfunzioni, riguarda in particolare l’allocazione delle risorse, presenta un riquadro in cui si propone un Piano straordinario per la formazione e il primo interrogativo chiede se si concorda sulla necessità di deregolamentare il lavoro (“Per creare maggiori e migliori posti di lavoro non serve piuttosto, e prima di tutto, una robusta semplificazione e de-regolazione delle regole di gestione dei rapporti di lavoro?”). Una ricetta vecchia, che apre conflitti, che non ha trovato evidenza empirica negli studi (europei ed internazionali) e che non è attrezzata a rispondere ai cambiamenti in atto, che si presentano vertiginosi.

Certo, il contesto di cambiamento non poteva essere immaginato, quanto meno nelle dimensioni attuali, a luglio. Ma con altrettanta certezza possiamo ora affermare che la ritualità delle affermazioni contenute nel Libro verde non incrocia gli interventi che sono ora necessari, per fronteggiare la crisi finanziaria, la recessione economica e per proporre un vero nuovo modello di sviluppo sostenibile.

Quanto al tema della società attiva, solo ritualmente si affronta il tema della parità di trattamento, dei divieti di discriminazione e della valorizzazione di una società aperta alle differenze (che, come è noto, è sicuramente quella più competitiva e più attiva)
Per quanto riguarda l’immigrazione, è davvero stupefacente che se ne parli solo in un punto, per segnalare il rischio, in materia di salute, di contagio da parte degli stranieri.
Per quanto riguarda le donne, le affermazioni rituali si sprecano, ma non vi corrisponde alcuna reale volontà di aprire il confronto. E’ emblematico che nessuna domanda venga posta a questo riguardo.

Si coglie poi dalla lettura una sorta di indifferenza tra ruolo affidato al servizio pubblico e ruolo affidato ai privati (pagina 16). Non si tratta di negare l’importanza dell’intreccio, tanto è vero che risale al 2000 la legge sulla rete integrata dei servizi, voluta dal governo di centro sinistra e lasciata nel dimenticatoio. E’ che l’integrazione efficiente ed efficace prevede che ciascuno svolga un ruolo.
Ad esempio, perché chiedersi (domanda 5) come mai i servizi di collocamento non funzionino e rimangono in vita gli incontri individuali tra domanda e offerta di lavoro, agevolati da contatti personali e raccomandazioni? La risposta è agevole. Si tratta di intervenire sulle convenienze e di far svolgere a ciascun soggetto il proprio ruolo. Perché l’Università dovrebbe svolgere il ruolo di centro per l’impiego? L’Università avrebbe molti modi di intervenire in modo efficace, ma nel rispetto delle proprie competenze e attività, che sono da implementare.

E con riguardo all’Università e alla ricerca, va osservato che - pur nell’apprezzabile tentativo di integrare politiche occupazionali, politiche sanitarie e politiche di inclusione sociale – non si può parlare esclusivamente di ‘ricerca biomedica’ (pagina 12).

Quanto all’inclusione sociale, appare una scelta non condivisibile – ancora di più nell’attuale contesto di crisi e recessione – pensare di rivolgersi esclusivamente alla ‘povertà assoluta’, quando ad essere coinvolte sono ormai ampie fasce di popolazione a reddito medio-basso.
L’attacco al reddito minimo di inserimento appare inoltre privo di fondamento. Si definisce fallimentare questa esperienza (pagina 14). Ma i dati dimostrano che si sono avuti esiti diversi e che molto ha contato il contesto. In ogni caso, anche su questo, non dimentichiamo che le istituzioni europee si interrogano sul perché nel nostro Paese non ci siano sistemi né di retribuzione minima, né di reddito minimo.

Il documento si chiude con un paragrafo dedicato alle Relazioni industriali. Le domande sono aggregate e includono temi da valutare attentamente. In una di queste compare il tentativo di accreditare le deroghe individuali in materia di orario di lavoro, tema in questo momento all’attenzione delle istituzioni europee e in particolare del Parlamento europeo, chiamato ad esprimersi in seconda lettura anche su questo aspetto. In un’altra si presenta la dimensione territoriale della contrattazione collettiva come una novità, dimenticando totalmente il Protocollo del 1993 e le sue difficoltà applicative. Si parla in chiusura di partecipazione e collaborazione delle parti sociali, ma si dimentica che finora gli interventi in materia di lavoro sono avvenuti per decretazione d’urgenza e con voto di fiducia, chiudendo sia alla concertazione, anche nella forma europea del dialogo sociale, sia al confronto in sede parlamentare.