ALTRI SCRITTI 2007
L'Euro forte, l'economia europea e le relazioni nel G7
di Santina Bertulessi, 12 ottobre 2007

Al momento della sua introduzione, nel gennaio del '99, pochi si sarebbero aspettati una tendenza dell'apprezzamento dell'Euro sui mercati mondiali, ed in particolare nei confronti del dollaro, così costante e crescente. Attualmente, il cambio dell'euro nei confronti del dollaro è poco più di 1,40 e ci si aspetta che possa ancora crescere.
L'apprezzamento dell'Euro sui mercati monetari internazionali è stato ed è positivo per diverse ragioni. Da un lato ha portato diverse economie emergenti a costituire riserve valutarie in euro - anche a dimostrazione della forza economica della zona euro e della credibilità delle politiche monetarie dalla BCE, che continuano a garantire stabilità finanziaria - contribuendo a stabilizzare l'economia mondiale, a fronte di un'economia americana fortemente indebitata che ha bisogno di un dollaro debole. Dall'altro, ha garantito all'economia europea la possibilità di tenere l'inflazione e il debito pubblico sotto controllo, essendo che l'Europa importa materie prime e energia, in particolare petrolio, i cui prezzi hanno raggiunto livelli elevati se non allarmanti.
L'euro forte, però, sta anche scatenato le paure e le ire di alcuni governi della zona euro così come di una parte dell'industria europea. Si sostiene da più parti che un euro troppo forte costituisca un handicap rispetto alla competitività della produzione e dell'export delle imprese europee e metta a rischio la crescita europea. Questa argomentazione sembra essere vera in particolare per alcuni paesi dell'area euro, come la Francia, e non tanto per altri, come la Germania e l'Italia (!), le cui esportazioni continuano invece a mantenere (se non incrementare) la propria posizione all'interno degli scambi internazionali.
Nonostante il fatto che possano coesistere diversi giudizi nei confronti dell'euro forte, come si è visto anche in seno dell'Ecofin che si è appena concluso, quand'anche si concordasse sulla necessità di dare un alt all'apprezzamento dell'euro a livello internazionale cosa si potrebbe davvero fare concretamente in seno all'area euro? Non deve sfuggire a nessuno il fatto che i tassi di cambio delle valute si determinano liberamente all'interno del mercato monetario internazionale e che per "interferire" nel funzionamento di tale mercato è necessario intervenire o con la politica monetaria o con la politica tout court.... e vediamo quali possibilità si danno per l'una e per l'altra via.
La politica monetaria. La strada più comunemente e frequentemente (quasi esclusivamente!) invocata, è quella di spingere la BCE a intervenire sui tassi di interesse dell'euro per abbassarlo - ricordiamo, tra l'altro, che l'incremento dei tassi dell'euro atteso in settembre da parte della BCE non ha avuto luogo data la necessità di far fronte alla crisi finanziaria internazionale dei mutui subprimes e di garantire liquidità sul mercato. Queste pressanti richieste, e tentativi di pressione nei confronti di Trichet affinché i tassi di interesse vengano abbassati, non solo non tengono adeguatamente conto dell'autonomia e dell'indipendenza della BCE, ma non paiono essere la migliore soluzione di fronte a trend di crescita dell'inflazione già in atto e attesi nel prossimo futuro. Peraltro, se la BCE decidesse di ridurre i tassi, lo farebbe per ragioni diverse che semplicemente quelle di rispondere ad un euro forte sui mercati internazionali.
La politica. Ai governi degli Stati membri della zona euro - se davvero convinti che il tasso di cambio dell'euro nei confronti di dollaro (ma non solo!), yen e yuan sia un rischio per la competitività e la crescita dell'economia europea - resta della carta della politica, intesa come politica di relazioni economiche internazionali giocata da attori politici e non solo da banche centrali. L'Eurogruppo, e l'UE nel suo insieme, dovrebbe mettere la questione sul piatto delle discussioni e del bargaining in seno al G7. Se l'Europa giocasse come un attore unitario con degli obiettivi ben definiti, e decidesse di spingere Stati Uniti, Giappone e Cina a rivedere le loro "comode" politiche monetarie, peraltro non adeguatamente legate al loro peso economico e alla situazione internazionale, forse avrebbe qualche chance di riuscire.
Ma purtroppo l'Europa non riesce ancora a far valere il suo peso di attore economico internazionale unitario, sembra che per i governi europei sia più facile fare la voce grossa nei confronti della BCE che coordinarsi per un'azione comune a livello internazionale, anche rispetto al tasso di cambio dell'Euro.




