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epifania

Quindici giorni fa due famiglie italiane sinti, residenti da oltre vent'anni a Sandrigo (Vicenza) con 5 figli tutti al di sotto dei 5 anni di età, sono state costrette a trasferirsi dalla polizia locale su a seguito di un'ordinanza dell'amministrazione comunale, guidata da Forza Italia. (rettifica).

Nel 2006 il sindaco di Sondrigo ha adottato un nuovo regolamento che tratta a discrezione le domande di iscrizione all'anagrafe per i rom o sinti rom. Con la nascita dei figli, le nuove richieste delle due famiglie sono state respinte, a seguito di ostacoli burocratici e assenza di informazioni, e ora vagano per il territorio, cercando di tornare presso il proprio nucleo familiare.

E' inammissibile che ciò avvenga in un comune ricco di risorse e di attività produttive. Siamo vicini a Natale. Oltre a regali ed addobbi, dedichiamo due minuti del nostro tempo per inviare almeno una cartolina natalizia, per dimostrare che la difesa della vita umana riguarda anche i bambini sinti.

Sommergiamo la posta comunale di messaggi di solidarietà!

Ecco gli indirizzi a cui mandare le cartoline:

  1. CARI BRUNA
    Via Galvani 119 int 1
    36066 Sandrigo (VI)

 Vi ringrazio di cuore per l'aiuto che vorrete dare

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Quante notizie in questi ultimi giorni.

La prima: il Manifesto del PSE per le prossime elezioni europee é stato sottoscritto a Madrid il 2 dicembre. La stampa nazionale ha dedicato grande rilievo a questo Manifesto, ma solo perché lo hanno firmato Piero Fassino, per i DS e non Veltroni per il PD, e Mercedes Bresso per il Comitato europeo delle Regioni. Nessun rilievo é stato dato ai contenuti.
Al momento il testo é disponibile solo nella versione inglese: People first. A new direction for Europe (link). Appena avrò la versione italiana, la aggiungerò nel sito.
Non ho potuto fermarmi a Madrid per questo incontro. Ho partecipato però alle iniziative del gruppo delle donne PSE. Venerdì 28 novembre, in una delegazione ristretta di europarlamentari PSE, abbiamo incontrato la Ministra spagnola alle pari opportunità, la nuova responsabile delle donne del PSOE e siamo andate all'Istituto delle donne. Quanto entusiasmo da parte loro e quanto orgoglio per il cambiamento che hanno potuto e saputo imporre alla società e alla cultura. Quanta amarezza e tristezza per quello che noi non siamo riuscite a fare!

Lunedì e martedì 1 e 2 dicembre é stata un'intensa sessione di voto nelle tre commissioni di cui sono componente.

In Commissione donne, abbiamo votato un rapporto sulla solidarietà intergenerazionale. Ero relatrice ombra (link alla proposta di relazione iniziale e agli emendamenti). Sono stati approvati tutti i miei emendamenti e questo mi pare un buon segnale in un campo come quello del lavoro di cura, prevalentemente svolto dalle donne. Entra così in pieno nella relazione il principio fondamentale del diritto di scelta delle donne, in ogni fase della vita.

In Commissione economica, abbiamo approvato un pacchetto infinito di emendamenti alla direttiva sui Fondi comuni di investimento (ero relatrice ombra). Si rafforza così uno degli strumenti più solidi del mercato finanziario e aumenta la protezione dei consumatori e degli investitori.

Sono poi state approvate le due opinioni di cui sono stata relatrice: l'opinione sulla Economia sociale, che é stata approvata praticamente esattamente come l'avevo impostata (link al testo votato e link all'opinione e agli emendamenti) e l'opinione sul regolamento per lo Statuto della società privata europea (link al testo votato), che fa parte di un pacchetto di interventi destinati alle piccole e medie imprese (link). Quando verrà definitivamente approvato il regolamento, queste imprese potranno da subito dichiararsi europee ed godere di una disciplina già armonizzata. Una specie di 28° regime di S.r.l.

In Commissione occupazione, abbiamo votato un'opinione sul cosiddetto Small business act (link al testo votato). Ero relatrice ombra. Sono stati approvati quasi tutti i miei emendamenti (link), che cercavano di tener conto in particolare delle donne imprenditrici di piccole imprese. Bene!

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Evviva, evviva, abbiamo vinto

imgSono orgogliosa del lavoro che si fa in questo Parlamento, della capacità di impiegare le competenze di proposizione legislativa già riconosciute.
Con il voto di martedì 18 novembre, a grande maggioranza, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione una specifica direttiva sulle differenze di retribuzioni tra lavoratrici e lavoratori. E' stato premiato il lavoro svolto in commissione occupazione e affari sociali, dove ero relatrice per opinione, e in commissione donne, dove ero shadow per il PSE.
La relazione tocca un principio fondamentale dell’ordinamento europeo: il principio della parità retributiva tra lavoratrici e lavoratori. Non è solo UN principio fondamentale, è anche IL PRIMO – quanto meno in ordine di tempo – principio di parità.
Sappiamo che era contenuto già nel Trattato di Roma, applicato fin dalle primissime sentenze della Corte di giustizia europea, regolato da una direttiva del 1975 e ri-regolato in sede di sua rifusione nel 2006, oggetto di analisi e ricerche ricorrenti e di costanti richiami alla sua applicazione.
Perché allora tornare a occuparsene così diffusamente e profondamente oggi? Intanto perché rifiutiamo di accettarne la disapplicazione diffusa, testimoniata da tutti i dati statistici. Perché pensiamo che sia giunto il momento di andare oltre il principio della parità di retribuzione a parità di lavoro. Troppe sono le troppe ingiustizie subite dalle donne, in tutti i Paesi dell’Unione e in tutte le professioni, e per farlo non bastano, evidentemente, gli strumenti di cui disponiamo. Pensiamo che occorra prendere sul serio i divari retributivi e non considerarli un accidente nel percorso lavorativo delle donne.
E cosa chiediamo? Chiediamo alla Commissione una specifica, apposita direttiva. E non ci limitiamo a questo. Non ci limitiamo a chiederlo; inviamo alla Commissione precise raccomandazioni. Abbiamo costruito un ponte, per traghettare verso un cambiamento reale. E pensiamo che questo ponte possa essere ben saldo se poggiato su ben otto piloni.
Innanzitutto vogliamo disporre di una definizione di discriminazione retributiva. Non ci basta guardare solo alla retribuzione lorda oraria, perché questa ci parlerebbe di una discriminazione diretta effettivamente già superata. E non é un caso se poi tutte le indagini guardino oltre, si spingano verso il lavoro a tempo parziale e la segregazione orizzontale e verticale.
Chiediamo dati comparabili, effettivi, coerenti e completi. Si incontrano troppo spesso dati manipolati o coperti, agevolati da sistemi di classificazione del personale e da una organizzazione del lavoro rivolti al passato e contrassegnati da stereotipi.
Pensiamo che gli organismi di parità possano svolgere un ruolo determinante e duplice: sia nella lotta contro le discriminazioni sia nella sensibilizzazione e della formazione, da offrire agli attori giudiziari come alle parti sociali.
E puntiamo a introdurre specifiche sanzioni, sapendo che disposizioni che ne sono prive sono prive anche di effettività, ma passando da azioni e misure di prevenzione della discriminazione, in altri termini da azioni positive, e dalla integrazione della dimensione di genere, cioè dal mainstreaming.
Non basta dire o scrivere parità retributiva, vogliamo renderla effettiva.

  • Risoluzione del Parlamento europeo del 18 novembre 2008 recante raccomandazioni alla Commissione sull'applicazione del principio della parità retributiva tra donne e uomini
  • ALLEGATO - Raccomandazioni particolareggiate sul contenuto della proposta richiesta
  • Video Application of the principle of equal pay for men and women
  • Ulteriore documentazione

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BREVI NOTE DI OSSERVAZIONE AL LIBRO VERDE DI SACCONI
di Donata Gottardi e Cesare Damiano

Il Libro verde sul futuro del modello sociale presentato il 25 luglio 2008 dal Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali è da apprezzare in quanto segue la tradizione delle istituzioni europee: aprire con un documento la consultazione pubblica, cui far seguire un Libro bianco e, di seguito, gli interventi normativi opportuni. E’ un cambiamento importante sotto il piano del metodo, soprattutto se si considera la precedente esperienza del governo di centro-destra che, all’inizio degli anni 2000, aveva scelto di partire direttamente presentando un Libro bianco.

Appare ancora più evidente però quello che resta uno dei limiti maggiori del documento proposto: l’assenza di riferimenti al contesto europeo. La procedura di consultazione viene ancorata ad altre esperienze nazionali, senza citare il suo legame più stretto e diretto, cioè quello europeo. (segue)

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cfUn fenomeno che si alimenta della spirale negativa che caratterizza le borse, i mercati e, a breve, anche i consumi e la produzione. Giorno dopo giorno leggiamo angosciati le percentuali negative delle borse mondiali, i salvataggi di banche sull’orlo del fallimento. Questo scenario, impensabile fino a pochi mesi fa, sta cambiando l’ordine delle emergenze e fa sembrare banali gli altri temi. Eppure gli elementi per capire cosa stava per succedere erano davanti ai nostri occhi e in Europa avremmo potuto prendere immediati provvedimenti.
Il Parlamento europeo, in particolare il gruppo socialista, aveva posto all'attenzione da tempo due questioni fondamentali che, se analizzate rispetto all'attuale crisi finanziaria, evidenziano le lacune e le derive da cui è originata la crisi stessa. Si tratta della supervisione finanziaria e prudenziale, a livello europeo e internazionale, e della regolamentazione adeguata di prodotti finanziari complessi e strutturati costruiti su livelli di effetto-leva e indebitamento tale da mettere in ginocchio istituzioni finanziarie e di credito che sembravano essere solide come colossi nel momento in cui il sistema di garanzia patrimoniale che doveva stare alla base si è verificato assolutamente inadeguato (come nel sistema dei subprimes).
Sembriamo supponenti, noi socialisti, quando diciamo che l’avevamo previsto. Ci spiegano che non paga, elettoralmente, sembrare quelli che hanno ragione. Forse è così, ma non possiamo tacere e non spiegare. Non abbiamo mai demonizzato il mercato, ma abbiamo sempre detto e scritto che la tentazione di abbandonare la produzione per finanziarizzare l’economia era pericolosissima e che il mercato non è una libera arena senza regole. Che il mercato funziona solo se ci sono regole e queste regole sono valide. E sono valide quando sanno prevenire e affrontare i problemi reali. Per questa ragione siamo stati proponitori e relatori di due importanti iniziative legislative arrivate ad un voto positivo in plenaria al PE, rispettivamente su una struttura di supervisione finanziaria europea armonizzata e su un sistema di supervisione consolidata (basata su collegi) per i grandi gruppi finanziari e istituti di credito presenti in modo transnazionale all'interno dell'UE (ed a volte anche nei paesi terzi) e sulla regolamentazione dei fondi speculativi e delle Private Equity.
Appare chiaro che per rispondere rapidamente ai problemi e alle ricadute generate dalla crisi finanziaria è necessario agire a livello europeo verso maggiore integrazione e armonizzazione a in ambito finanziario agendo su diversi livelli:
- il primo e immediato basato sugli interventi coordinati della Banca Centrale Europea, dei governi europei e delle Banche Centrali nazionali, in particolare nell'area euro, per arginare i fallimenti finanziari, garantire un minimo di liquidità sui mercati (per le banche e per le imprese) e tutelare i risparmi dei cittadini;
- il secondo, che dovrebbe avvenire a breve e medio termine, basato sull'adozione di misure e regole relative alle garanzie patrimoniali per tutti i soggetti finanziari, alla cartolarizzazione, alla valutazione del rischio, alla "business conduct" e alle remunerazioni degli alti dirigenti finanziari, alla revisione del ruolo delle agenzie di rating, alla definizione di un livello comune di garanzia sui depositi bancari, alle regole contabili internazionali (per non consentire che società di veicoli di cartolarizzazione e prodotti finanziari complessi siano tenuti fuori bilancio), a un regime di responsabilità societaria e sanzioni adeguate nel caso di mancata conformità alle regole;
- il terzo, che invochiamo da troppo tempo, più importante e rilevante per la capacità dell'Unione europea di rispondere alle sfide della stabilità finanziaria e della crescita economica, che consiste nell'adozione di un'unica governance economica europea che sia in grado, da un lato, di garantire stabilità finanziaria non solo attraverso la moneta unica ma anche attraverso una sistema armonizzato di supervisione prudenziale (che sia basata su un sistema di "allerta precoce" e "reazione rapida" on un ruolo accresciuto da parte della BCE) e dall'altro, di definire e far proprie strategie macroeconomiche di crescita e di investimenti comuni, rafforzando l'attuale strategia di Lisbona e prevedendo una comune guida/regia europea per gli investimenti, da finanziare con strumenti aggiuntivi - come gli Eurobonds o un Fondo di investimento europeo specifico.

Forse l'Unione europea e la zona Euro potranno anche arginare la crisi finanziaria con intereventi nazionali più o meno coordinati, ma sicuramente non saranno in grado di rispondere agli effetti secondari che la crisi finanziaria sta per avere sull'economia reale - e quindi sui consumi, sugli investimenti, sulla produzione, sull'occupazione, sul benessere dei cittadini europei - se non vi sarà sufficiente lungimiranza e coraggio politico da parte dei governi europei nel dirigersi verso un comune governance dell'economia da affiancare alla moneta unica e dal mercato interno. La globalizzazione richiede un governo coordinato. Avremmo potuto difenderci meglio in Europa se avessimo potuto contare su un comune governo economico, senza le lotte interne tra governi nazionali e/o le derive antistoriche e inadeguate, invocate da alcune forze politiche, verso forme di nazionalismo o ri-nazionalizzazione delle politiche economiche e industriali, su una armonizzazione regolamentare e di supervisione, di sanzioni, di protezione dei consumatori più adeguato e stringente di quanto non abbiamo già.

Serve più Europa, più integrazione europea e maggiore responsabilità politica dei governi e delle istituzioni europee rispetto al senso e al ruolo ultimo dell'UE e della sua capacità di garantire sicurezza e benessere ai suoi cittadini e contribuire alla stabilità internazionale. E’ impressionante registrare il cambiamento di posizioni che si sta realizzando all’interno della commissione economica del Parlamento europeo. Fino a qualche mese fa, ad ogni incontro con il presidente della Bce, Trichet, eravamo noi socialisti a chiedere maggiore controllo e supervisione. Ora, su tutti i dossier aperti, anche i popolari e i liberali sostengono questa impostazione, con una variante però che continua a caratterizzarci. La loro proposta prevede di richiudersi e di tornare alla difesa nazione per nazione. Una ricetta sbagliata, come spiegano gli economisti che si sono occupati degli errori commessi di fronte alle grandi crisi del secolo scorso. Una ricetta sbagliata ancora di più oggi, dato l’intreccio indissolubile dei sistemi economici e finanziari su scala globale, come dimostra il fatto stesso che l'Unione europea ha subito il contagio dei "prodotti tossici" statunitensi.

Ci aspettiamo che le vicende attuali spingano gli attori politici e le istituzioni verso atteggiamenti più lungimiranti e responsabili. Mi auguro che, entrando nel dettaglio delle misure su cui qui il PE si trova a lavorare per creare stabilità finanziaria e crescita economica, sarà più facile raggiungere un buon accordo sul rapporto sulle Finanze pubbliche 2007-2008, di cui sono relatrice, in particolare nella parte in cui chiedo un intervento verso una governance coordinata e unidirezionale degli investimenti e della qualità della spesa pubblica, che non significa tagli indiscriminati e riduzione del Welfare State, ma un ridisegno dell’intervento dello Stato attraverso politiche macroeconomiche e di bilancio che siano più vicine alle esigenze delle cittadine e dei cittadini, capaci di valutare preventivamente e a consuntivo i risultati ottenuti, attente a creare fiducia tra i cittadini e sui mercati. Lo stesso mi auguro per la revisione della direttiva sui Fondi comuni di investimento, di cui sono relatrice ombra per il PSE, rispetto alla quale vogliamo rafforazre l’impalcatura di regole e di controlli favorendo l'emergere di un mercato europeo armonizzato rispetto a un prodotto finanziario di larga distribuzione al dettaglio e che ha un peso rilevante anche riguardo ai fondi pensione, mettendo un freno al crollo della fiducia e alla paura. che rischia di propagarsi anche tra i lavoratori e i consumatori.

Certamente non basterà, ma questo è il momento di impegnarsi nell'adozione di misure concrete e contestualmente di interrogarsi e ripensare fino in fondo come si possa creare e sostenere crescita economica e sviluppo sostenibile. Troppo spesso finora ne abbiamo parlato senza trarne le conseguenze e senza cimentarci davvero nel reimpostare le nostre politiche responsabilità e a evitare il richiudersi a riccio individuale.

Si veda anche la documentazione

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lavoro dignitosoe

7 ottobre 2008

Oggi è la giornata, voluta dal sindacato internazionale e da quello europeo, dedicata nel mondo intero al lavoro dignitoso. Non si pensi che riguardi solo i paesi poveri e meno sviluppati. Riguarda tutte e tutti noi. Perché non si tratta solo di combattere lo sfruttamento e le nuove schiavitù, che pure sono tante e diffuse anche nei nostri territori, anche nelle nostre case.

L'obiettivo è generale. Non vogliamo solo salari minimi certi e rispetto dei diritti fondamentali della persona. Bisogna tornare - e questa è l'occasione migliore - a chiedere lavori sicuri e giustamente retribuiti, condizioni regolate dai contratti collettivi. Equità, uguaglianza, solidarietà. Sono i principi chiave per uscire dalla crisi finanziaria e dai disastri ambientali.

Lo stesso linguaggio della nostra Costituzione. Sessanta anni, e non li dimostra. E' vero che i diritti non sono disgiunti dai doveri, ma l'impegno che si chiede a chi lavora ha bisogno anzitutto che sia garantito che quel lavoro riceva condizioni dignitose.

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bilanciaCapita di lavorare a lungo su singoli temi e che poi tutto si concentri in un unico periodo di votazione e di presentazione.
E' stato così in queste due settimane e mi pare utile darne conto, anche perché i temi trattati sono di particolare interesse per il nostro Paese.

Mercoledì 10 settembre, in commissione EMPL, é stata votata quasi all'unanimità, con 45 voti a favore, 1 contrario e 1 astenuto, la mia opinione sui differenziali retributivi di genere (gender pay gap), da inviare alla commissione FEMM. Il testo é a disposizione al momento nella versione inglese (vedi). Sono passati tutti i tre compromessi (anche quello non sostenuto dal gruppo dei popolari) e gli emendamenti (tranne uno). Un buon risultato e una buona base di partenza per il voto finale. Chiediamo alla Commissione di intervenire con una specifica direttiva, perché non ci basta più parlare di parità di retribuzione a parità di lavoro. Sono passati troppi decenni e i cambiamenti sono troppo lenti e scarsi. Occorre intervenire a riformare i sistemi di inquadramento e di classificazione professionale, rafforzare i compiti delle istituzioni di parità, rivedere le rilevazioni statistiche, inserire clausole sociali, insomma utilizzare tutti gli strumenti e le politiche per rendere effettivo quello che é il primo principio di parità, scritto già nel Trattato di Roma più di mezzo secolo fa.

Lo stesso giorno, sempre in commissione EMPL, é stata votata l'opinione sulla proposta di direttiva in tema di sanzioni ai datori di lavoro che occupano clandestini. Tema scottante, su cui, come relatrice ombra per il PSE ho cercato di trovare le alleanze per costruire miglioramenti al testo. E' così che, sul filo di lana, grazie all'aiuto dei deputati degli altri gruppi, sono passati gli emendamenti per mitigare le sanzioni nel lavoro di cura e domestico, per consentire al datore di lavoro e al lavoratore di integrare la documentazione e regolarizzare il rapporto di lavoro in atto e nel contempo di mantenere il principio di responsabilità solidale nelle catene della subfornitura. La misura di quanto si é vinto sta nel voto di astensione del gruppo dei popolari, dalle cui fila proveniva la relatrice.

Consegno ora il rapporto, di cui sono relatrice, per la commissione ECON, sul tema delle Finanze pubbliche 2007 e 2008 (vedi il documento in italiano, con introduzione in inglese). Vedremo come verranno accolte alcune affermazioni. Il richiamo a non operare salvataggi con risorse pubbliche per difendere 'campioni nazionali' (vedi Alitalia), a non intervenire con tagli indiscriminati agli investimenti pubblici (vedi scuola e sanità), l'allarme per l'utilizzo di finanza creativa, la richiesta di far diventare metodo il 'bilancio di genere', che consente di collegare le risorse ai risultati. Vedremo, quando si voterà!

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imgMORTALITA' MATERNA NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO

Il 5 settembre, subito dopo il voto in plenaria, un messaggio alla stampa annunciava il voto positivo della Risoluzione sulla mortalità materna nei paesi in via di sviluppo (vedi il testo) da portare come contributo alla Conferenza ONU sugli Obiettivi di sviluppo del Millennio.
Una buona notizia? Non credo. Il conteggio finale registra 394 voti a favore, 182 contrari e 34 astensioni. Significa che più di 2 deputati su 6 hanno votato contro il testo. E il testo era una mozione congiunta presentata da cinque gruppi parlamentari: popolari, socialisti, liberali, verdi, sinistra. Era quindi un documento già mediato e condiviso politicamente. Avrebbe dovuto essere votato quasi all’unanimità.
Se poi andiamo a verificare, risulta che lo scontro si è registrato sul tema della salute riproduttiva. Risulta, infatti, che la parte conservatrice avrebbe voluto togliere il riferimento alla necessità di servizi in materia di salute sessuale e riproduttiva; che avrebbe voluto togliere il riferimento ai diritti alla salute sessuale e riproduttiva. E probabilmente chi ha votato contro la risoluzione – tra i deputati italiani, quasi tutti i popolari e la destra – è perché vi ha letto un riconoscimento dell’aborto.
La tristezza è tanta. I diritti delle donne che già sono calpestati nei fatti nei Paesi dove troppo spesso manca qualsiasi rete di protezione sanitaria hanno ricevuto un ulteriore affronto.
Anche al Parlamento europeo si sta verificando una lenta ma pericolosa inversione di tendenza. Frenata, certo. Almeno per il momento!

Nel frattempo le notizie dalla mia città continuano a stupire. E’ di questi giorni il finanziamento del passaggio ai ciripà di cotone, al posto dei pannolini. In modica cifra per la verità: 50 euro per 80 mamme di bambini in tenera età.
Con il passare del tempo, sento che quanto più il bilancio della propria vita è positivo tanto più si tende alla conservazione. L’esperienza, di solito, consente però di separare i sentimenti e di comprendere che la nostalgia del passato non può fare velo rispetto ai cambiamenti voluti e conquistati.
Le donne lo sanno bene. Almeno molte donne della mia età. Abbiamo lottato per molti anni contro gli stereotipi e parlato di simboli. Ma sappiamo – avendolo portato – che il grembiulino a scuola non rende più autorevoli gli insegnanti, né più disciplinati chi li indossa.
Conosco bene triangoli e ciripà. Non sono stati un dramma, ma certo ho subito pensato che sono state fortunate le mamme che hanno potuto godere dei pannolini. Riproporli oggi, significa complicare la vita delle donne. Occorrono spazi abitativi che non abbiamo, dato che i microappartamenti già non consentono di stendere e asciugare la montagna di pigiamini, magliette, bavaglini dei nostri piccini e che spazi comuni mi risulta siano rari anche negli edifici di grandi dimensioni. Occorre una donna che non lavora o che può rientrare al lavoro quando il proprio figlio o figlia ha imparato la difficile operazione dell’uso del vasino. Occorre una donna disponibile non solo a occuparsi delle mille incombenze che incontra con una bambina o un bambino piccolo, ma anche a togliere materialmente la cacca dai nuovi e certo più ecologici panni di cotone.
Più ascolto le proposte sulla scuola e sulla famiglia che il governo e l’amministrazione locale avanzano, più ho l’impressione che si voglia tornare indietro e, soprattutto che si vogliano far tornare indietro le donne. Indietro, agli anni cinquanta, alla famigliola felice con un marito capofamiglia e una donna che non aveva ancora, almeno nel nostro Paese, iniziato la battaglia dei diritti, del diritto al lavoro come del diritto alla salute riproduttiva.
Ora abbiamo davanti sfide che ci impongono la consapevolezza del disastro ecologico incombente su di noi e sui nostri figli, la necessità di adottare comportamenti responsabili. Dovremo imparare a risparmiare acqua e a puntare a prodotti ecologici. A questi obiettivi vanno orientate la ricerca e la innovazione di prodotto e di tecnologia. Occorre guardare avanti e trovare le soluzioni, non proporre il ritorno a tempi andati, che tutto erano fuorché belli e allegri.
E non chiedete alle donne di tornare a casa, di occuparsi della famiglia e liberare posto agli uomini, di accettare la riduzione dei diritti alle proprie scelte. Anche se sembrano supinamente accettare tutto, credo che il limite stia per essere superato e anche le più giovani cominceranno ad allarmarsi.

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PARITA' DI TRATTAMENTO

imgLa Commissione europea ha in questi giorni presentato la nuova proposta di Agenda sociale, dal titolo ambizioso e dai contenuti articolati. Il titolo parla di una Agenda sociale rinnovata: opportunità, accessibilità e solidarietà nell’Europa del XXI° secolo  (vedi).
Nel pacchetto di iniziative, vi è la proposta di direttiva (vedi) sulla implementazione del principio della parità di trattamento, al di fuori del lavoro, tra le persone indipendentemente da religione, credo, disabilità, età o orientamento sessuale. E’ un testo molto atteso, annunciato come direttiva orizzontale. Di orizzontale, a ben vedere, non ha molto. Diciamo che contribuisce a completare il quadro della normativa antidiscriminatoria, intervenendo sul lato esterno al lavoro per quei fattori di rischio che non ne erano finora coperti.
Molti sono già stati gli apprezzamenti e molte le attese, soprattutto da parte delle associazioni e dei rappresentanti degli omosessuali. Vedremo. Completare il quadro normativo è importante e con la nuova direttiva si sana un’area che era rimasta scoperta, dato che, per quanto riguarda razza e origine etnica la direttiva del 2000 copre sia il lavoro sia le altre aree sociali.
E per quanto riguarda le discriminazioni basate sul genere? Anche per queste si va oltre il lavoro? Qui vorrei avanzare qualche riflessione e, soprattutto, sollevare qualche dubbio. Quante e quanti di noi sanno che a dicembre del 2004 è stata emanata una direttiva (vedi) che attua il principio della parità di trattamento tra uomini e donne per quanto riguarda l’accesso a beni e servizi e la loro fornitura? Quante e quanti di noi si sono accorti che è stata recepita l’anno scorso nel nostro ordinamento (vedi)?
Delle due l’una: o non serve e allora non si capisce in cosa riponga fiducia chi attende cambiamenti significativi dalla nuova direttiva, oppure serve e allora non si capisce perché le donne – le associazioni, gli organismi di parità istituzionali e contrattuali, … – non la utilizzino. E non si dica che la mancata reazione in ambito di genere è determinata dall’assenza di discriminazioni e di disparità di trattamento, perché sappiamo quanto radicati siano atti e comportamenti discriminatori nel nostro Paese.
Abbiamo intenzione di svegliarci o dobbiamo aspettare ancora a capire che l’individualizzazione ci sta soffocando, che la provocazione del corset invisibile (la voglia di tornare a casa!) è calzante, che nei partiti politici e nelle associazioni sindacali sono gli uomini a decidere anche per noi?
Solo ricominciando a farci sentire e ad aggregarci su obiettivi che ci rendano coese – e non in lotta tra di noi – potremo invertire la tendenza. Il mondo degli omosessuali sa che, una volta approvata (e trasposta) la direttiva, potrà disporre di strumenti di reazione concreta. Noi questi strumenti li abbiamo già. Cosa aspettiamo ad usarli? Ci manca la carica o ci manca la voglia?

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rimpatrioDIRETTIVA RIMPATRIO

Non è una bella pagina quella che è stata scritta mercoledì 18 giugno al Parlamento europeo. L’asse tra destra, popolari e liberali ha fatto da scudo al Consiglio – l’insieme dei ministri dei ventisette paesi europei – che, raggiunta l’unanimità, ha imposto al Parlamento di adattarvisi in prima lettura, minacciando un rinvio di lungo periodo e, quindi, il blocco della approvazione della direttiva sul rimpatrio di cittadini di Paesi terzi soggiornanti illegalmente.
Qualche premessa per comprendere meglio. Al Parlamento europeo la proposta di direttiva (vedi) era incardinata alla Commissione Libertà civili, che aveva votato le modifiche (vedi).
Come sempre accade, si è intrecciata in questa fase la verifica con la posizione del Consiglio, per tentare di valutare la possibile convergenza per adottare il testo, oggetto di codecisione, già in prima lettura. Normalmente, se questa convergenza non c’è, come quasi sempre capita quando i temi sono complessi e sensibili, il Parlamento approva il proprio testo e si passa ad una ulteriore attività di  mediazione per arrivare alla seconda lettura e, quindi, alla definitiva approvazione.
La forzatura effettuata dal Consiglio e la sua accettazione da parte della maggioranza del Parlamento è grave e lo è tanto di più se si considera con quanta forza viene chiesto l’ampliamento delle competenze del Parlamento – vedi il Trattato di Lisbona – per aumentare le materie sulle quali l’istituzione elettiva, e pertanto più democratica, tra quelle europee passa dalla mera consultazione alla codecisione. Ma se la codecisione è accettare il ricatto del Consiglio, meglio sarebbe paradossalmente restare nell’ambito della consultazione, che almeno rende il Parlamento più libero di esprimere la propria opinione.
Il testo concordato in Consiglio (vedi) è stato spacchettato (vedi) ed è diventato oggetto della votazione in plenaria (vedi). La posizione della sinistra unita (GUE) (vedi) e dei verdi (GREEN) (vedi) è stata quella del rigetto della proposta di direttiva e della presentazione di alcuni emendamenti. I socialisti (PSE) hanno presentato dieci emendamenti (vedi), per rimettere in asse alcuni dei contenuti considerati inaccettabili. A seguito di votazione nel gruppo socialista, si sono individuati i due emendamenti considerati invalicabili (il numero 98 e il numero 103), respinti i quali il voto finale sulla proposta di direttiva sarebbe stato negativo.
Ma perché c’era una pluralità di posizioni all’interno del gruppo socialista? La motivazione principale, oltre a quella di seguire le decisioni del proprio governo nei Paesi a guida di centro-sinistra, riguardava la disparità di normativa esistente tra i paesi dell’Unione. Una parte di Paesi (almeno sette) hanno attualmente una disciplina considerata di minore garanzia per i diritti umani delle persone irregolari o clandestine. Per questi Paesi, l’adozione della direttiva, anche nella versione peggiorativa proposta dal Consiglio, avrebbe portato un miglioramento. Ecco perché, una volta verificato che la maggioranza dei socialisti era per il voto negativo qualora, come si temeva, gli emendamenti chiave non fossero passati, alcune delegazioni hanno fatto presente di accettare questa decisione ma che, al momento del voto finale, avrebbero votato astensione. Con il voto elettronico, che rileva nominalmente la scelta, le opzioni sono tre: il più, il meno e lo zero, cioè l’astensione.
E la posizione del Partito democratico? Una riunione appositamente convocata ha messo in evidenza una iniziale pluralità di opinioni, tra chi era favorevole, chi preferiva il voto di astensione e i contrari. L’opposizione più netta all’accoglimento dell’accordo raggiunto dai ministri in seno al Consiglio è stata la mia, per ragioni di merito e di procedura, per le battaglie sempre condotte in difesa dei diritti delle persone. Per agevolare il raggiungimento della posizione comune (il voto di astensione) ho annunciato che avrei partecipato al voto solo sugli emendamenti, per aumentare la possibilità che almeno uno di questi fosse adottato – cosa che avrebbe mandato all’aria l’accordo –, e sarei uscita al voto finale. La posizione dei parlamentari del Partito democratica è stata pertanto unitaria.
In ogni caso, la somma dei voti contrari e delle astensioni è risultata inferiore a quella dei voti a favore. Le sollecitazioni giunte da più parti non hanno scalfito i gruppi di destra.
Ed è così che non sono passati gli emendamenti per abbassare la durata massima di detenzione, per migliorare la sorte dei bambini non accompagnati, per consentire qualche giorno in più per il rimpatrio volontario.
Sulla durata massima: il trattenimento presso centri di detenzione può durare fino a 18 mesi e questa misura può essere adottata quando manca la cooperazione del paese di origine, indipendente ovviamene dalla volontà della persona.
Sui minori non accompagnati: il minore può essere ricondotto a un familiare, a un tutore o presso strutture dello Stato di ritorno, che può non essere quello di origine.
Sul rimpatrio volontario: il tempo a disposizione per il rimpatrio volontario è fissato dagli Stati in un periodo compreso tra sette e trenta giorni. Si pensi a un immigrato da lungo tempo residente legittimamente in un Paese dell’Unione, che perde il lavoro, non ne trova un altro e perde il permesso di soggiorno, diventando pertanto irregolare. Lo si pensi con famiglia e figli, magari a scuola. Si pensi di essere quell’immigrato. In sette giorni chi di noi può lasciare quello che ha, togliere i figli da scuola, organizzare il viaggio di rientro in un Paese da tempo lasciato?
Si, questa è considerata la prima direttiva sull’immigrazione. Non è affatto così. Prima di questa ci sono state quelle sul ricongiungimento familiare, sul diritto di asilo, … Ma in ogni caso, anche se colloca l’asticella al di sopra di quella di alcuni Paesi membri, non mostra un’Europa solidale, severa ma accogliente, un’Europa baluardo e garanzia dei diritti delle persone, anche di quelle meno fortunate.
Non smetterò mai di ricordare che il flusso migratorio si è invertito nel nostro Paese solo nel 1973. Fino a quel momento erano più le persone che espatriavano che quelle che rientravano o arrivavano. E non è passato nemmeno un secolo da quando siamo partiti alla ricerca di lavoro sui piroscafi diretti in America, del nord come del sud, spesso emarginati con gli stessi pregiudizi che ora applichiamo a chi consideriamo usurpatore.

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irlanda eu

REFERENDUM IRLANDA

Il voto al referendum irlandese del 12 giugno è una grave ferita alla costruzione dell’Unione europea. L’esito negativo non arriva purtroppo inatteso ed è scoraggiante conoscerne almeno una parte delle motivazioni. Si tratta di motivazioni che si ripetono nel tempo e che, come è avvenuto in Francia e in Olanda al referendum sul Trattato costituzionale, riguardano la politica interna al Paese in cui si vota e la complessità del testo sottoposto al voto.
Quando impareremo? Quando comprenderemo che dovremmo far votare insieme le cittadine e i cittadini europei in un solo simultaneo momento.
Ma tant’è! Ora vedremo come e cosa fare a livello europeo per rilanciare il processo. E’ utile però da subito indicare perché non possiamo essere contrari alla ratifica del Trattato di Lisbona.
Intanto perché amplia le competenze del Parlamento europeo, la sola istituzione europea democraticamente eletta. A ben vedere, consente un ruolo maggiore anche ai parlamenti nazionali e alle assemblee regionali, a ulteriore incremento del processo decisionale democratico.
Inoltre perché riduce le materie per le quali, in seno al Consiglio, è necessaria l’unanimità. E’ evidente a tutti che l’unanimità non si potrà quasi mai raggiungere ora che siamo ventisette Paesi e che il rischio è la paralisi.
Capisco bene però che non basta. Che bisogna ripartire dalle ragioni per volere l’Unione europea, evitando scorciatoie.
Sicuramente sono disinformate le posizioni di chi è contrario a causa del patto di stabilità e crescita. Ci penalizza? Certo che si, nel breve periodo. Ma ci protegge e ci aiuta. Ed evitiamo di fare la parte della volpe nei confronti dell’uva. Se siamo agli ultimi posti nella maggior parte degli indicatori e se abbiamo un debito così pesante lo dobbiamo ai nostri problemi. Quello che dobbiamo fare è invertire la tendenza, non incolpare le istituzioni europee.
Altrettanto assurde sono ormai le lagnanze contro l’euro. Basterebbe pensare a come saremmo nel mondo globale senza far parte di questo treno europeo.
Non possiamo però chiudere gli occhi. I problemi ci sono e bisogna affrontarli con lucidità. I segnali che stanno arrivando vedono una Europa economica in difficoltà, con una inflazione in rialzo, a ulteriore danno di una Europa sociale sempre più arcigna, con i governi che tentano – come sta avvenendo proprio in questi giorni – di imporre chiusure e arretramenti (vedi il tentativo di imporre al Parlamento europeo l’inaccettabile compromesso raggiunto sulla ‘direttiva rimpatrio’), nonché sfruttamento dei lavoratori (vedi l’altro tentativo di sbloccare lo stallo sulla ‘direttiva orario di lavoro’ con l’accordo individuale tra datore e lavoratore o prolungamento delle 48 ore settimanali fino a 60-65 ore).
I nodi si stanno aggrovigliando. Occorre scioglierli uno a uno. Con pazienza e tanta tanta informazione.

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Crossed glances on the detention of migrants in Europe
Strasburgo, Parlamento Europeo, 18-22 maggio 2008

DISCRIMINAZIONI

Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato,privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto … di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi (Don Lorenzo Milani).
Quando ho chiesto e ottenuto risposta dalla Commissione europea sulla illegittimità dei criteri di assegnazione degli alloggi di edilizia popolare e residenziale a Verona [vedi interrogazione 10.12.2007 e 31.01.2008], ho inviato una lettera aperta ai quotidiani della città, che non l’hanno pubblicata [vedi].
Nel difendere il diritto di chi non ha radici nel territorio, mi sono interrogata se stavo tradendo chi mi aveva eletto. I veronesi soprattutto. Ben 16.000 voti significano tantissimo. Resto tuttavia convinta che non è infrangendo le regole che si può essere europei. Non è chiudendosi che si risolvono i problemi.
Del resto, battersi contro le discriminazioni, nel nostro paese, è sempre stato difficile. E’ un’area di confine, poco conosciuta, anche dai giuristi e dai magistrati, a tutti i livelli. Eppure si tratta di principi fondamentali del nostro ordinamento. Ma non siamo un paese calvinista. La responsabilità e la reputazione non sono moneta corrente. Anzi.
E per di più, quando ci si batte contro le discriminazioni e si progettano azioni a favore per il gruppo discriminato, ci si trova di fronte a chi non intende cambiare la situazione o cedere privilegi. E’ sempre così. Nel campo delle discriminazioni subite dalle donne, nel lavoro e non solo. Lo è quando si tratta di discriminazioni di razza o di nazionalità. Prevale quasi sempre l’idea che si debba innanzitutto fornire di protezioni e di servizi i 'cittadini doc', gli appartenenti da tempo alla comunità. E’ una tradizione che viene da lontano e che si salda con un’altra caratteristica ben radicata in Italia: l’idea che la comunità locale e nazionale sia autoreferenziale e autosufficiente. Che non sia più così è sotto gli occhi di tutti.
Occorre trovare altre strade, che consentano di proteggere tutte le persone che si trovano in situazione di bisogno. Non è chiudendo la porta e rinserrandosi al proprio interno che si fanno gli interessi dei veronesi. Mai come quando si esce e ci si ritrova nel mondo si comprende che è solo dall’aprirsi alle differenze che si cresce, si innova, si compete, si trovano le risorse per aiutare le persone in difficoltà. Quanti veronesi, nelle generazioni precedenti alla mia, si sono trovati ad affrontare il difficile cammino dell’emigrazione? Quanti avrebbero voluto che ci fossero disposizioni che vietassero di discriminarli, soprattutto se e quando integrati da tempo, da almeno cinque anni, nella comunità ospitante? Ora il cammino è inverso. Arrivano tanti stranieri, non solo attirati dal nostro benessere, ma voluti dal nostro sistema produttivo e assistenziale. Molti di loro entrano nelle nostre case. A molti di loro affidiamo la cura dei nostri cari, i piccini come gli anziani.
Penso che siamo tutti d’accordo che, salvaguardando la loro identità, una volta che scelgono di vivere con noi, vicino a noi, devono accettare le nostre regole e integrarsi. Possiamo pensare che questo processo avvenga allontanandoli?
Il rischio è che anche dall’Europa vengano segnali preoccupanti. Sto seguendo la direttiva per imporre sanzioni ai datori di lavoro di clandestini [vedi il testo della Commissione]. E’ come trasferire sui datori di lavoro le difficoltà di regolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro di persone provenienti da paesi terzi dell’Unione europea. Purtroppo il Parlamento europeo solo dall’anno prossimo avrà questa competenza, grazie al nuovo Trattato di Lisbona [vedi testo pubblicato sulla Gazzetta europea del 9 maggio].
A breve approveremo la ‘direttiva rimpatrio’ [vedi il testo della Commissione]. Ne parlerò diffusamente quando il dibattito arriverà al momento conclusivo. Intanto segnalo che speriamo, come socialisti, di riuscire a contrastare la volontà della Commissione europea e del Consiglio che prolungare fino a 18 mesi la detenzione dei clandestini, prima di verificarne la legalità. Clandestini, non delinquenti. Quanti sono i clandestini, o meglio le clandestine che lavorano nelle nostre case, che hanno chiesto di regolarizzare la propria posizione, ma sono molto di più di quanto previsto dai flussi di ingresso? Quanto siamo ipocriti nel non sapere che è impossibile assumere una persona nel paese di origine, senza conoscerla, per portarla a vivere nelle nostre case? E una detenzione così prolungata significherebbe mettere per iscritto che la civiltà giuridica di cui portiamo vanto riguarda solo noi. Gli altri, gli stranieri, non hanno i nostri diritti come persone.

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MINIMI RETRIBUTIVI

Grande é l'attenzione alle retribuzioni e alle pensioni, non solo nel nostro Paese, dove pure la perdita di potere d'acquisto é crescente, ma anche presso le istituzioni europee.
Uno dei temi della nostra campagna elettorale riguarda la garanzia di minimi retributivi. E' una battaglia che al Parlamento europeo é portata avanti dal gruppo PSE, con l'adesione di molti altri gruppi politici (vedi il dossier).
Anche la Banca centrale europea sta iniziando a comprendere che l'aumento del tasso di inflazione deve trovare strumenti per garantire il potere d'acquisto (vedi comunicato e articolo pubblicato su Europea).

 

libera circolazione

Si sta preparando il Consiglio di Primavera, un appuntamento che quest'anno è particolarmente importante per il futuro dell'Europa sociale.

Da una parte si sta completando il percorso sulla Flexicurity. Finito il percorso parlamentare sui principi comuni, con l'approvazione della Risoluzione del Parlamento europeo a fine novembre e la presa di posizione del Consiglio EPSCO dei primi di dicembre, la Presidenza slovena ha scelto di proseguire su questo tema, approfondendo in particolare le ricadute per donne e giovani (vedi documentazione).

Dall'altra la Strategia di Lisbona sta entrando nella sua fase conclusiva. Il Parlamento europeo se ne sta occupando ad ampio raggio: con la Risoluzione. e nelle Linee guida integrate, attualmente all'esame delle commissioni parlamentari (vedi documentazione).

Molte attese si stanno concentrando sulla nuova Agenda Sociale che, quest'anno, è fatta rientrare nell'ambito della prospettiva del rafforzamento del Mercato interno (vedi documentazione).

E', infine, in via di approvazione, come gruppo PSE al Parlamento europeo, un documento dedicato a Inclusive Europe, che riprende il testo approvato al Congresso di Oporto della fine del 2006 del PSE sulla Nuova Europa sociale (vedi documentazione).

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giornata del risparmio energetico15 febbraio 2008
Giornata di mobilitazione internazionale per il Risparmio Energetico.
Spegnere le luci ed ogni dispositivo elettronico non indispensabile dalle ore 18 del 15 febbraio sarà la dimostrazione che lo spreco di energia non è più parte della nostra cultura quotidiana.
European Parliament's participation in the 4th edition of the 'M'illumino di meno' campaign

 

libera circolazione

Si sta completando, in Europa, il quadro di riferimento del Diritto del lavoro e, soprattutto, delle politiche occupazionali.
La scorsa settimana il Parlamento europeo ha votato la relazione su Principi comuni di flessicurezza. Dopo il buon risultato prodotto a luglio sul Libro verde proposto dalla Commissione europea su come modernizzare il Diritto del lavoro per affrontare le sfide del nuovo secolo, di nuovo il Parlamento europeo ha rivendicato il suo ruolo di garante di un modello sociale europeo, capace di saldare le innovazioni ai diritti.
Una parola é una parola. La flexicurity non é una politica buona o cattiva in sé. Non é nemmeno una singola politica, ma piuttosto un insieme di azioni, che non possono che risultare combinate ed equilibrate per rispettare l'endiadi evocata. Questo significa che occorre progettare bene e applicare ancora meglio. In altre parole: dipende!
Di grande soddisfazione il lavoro svolto nella commissione Donne, che ha portato a inserire nel testo un importante emendamento per cercare di declinare la flexicurity al femminile

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Il Parlamento europeo è spesso accusato di lontananza dai problemi reali e di lentezza nell’assunzione delle decisioni. Accuse spesso ingiustificate. Una prova? La tempestiva approvazione giovedì 15 novembre, nella sessione plenaria a Strasburgo, quindici giorni dopo l’assassinio a Roma di una signora italiana di cui è accusato un rom proveniente dalla Romania, di una Risoluzione sull’applicazione della direttiva 2004/38/CE sul diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.
Il caso è, quindi, tutto italiano. Si è sfiorata una grave crisi diplomatica tra Paesi membri, superata grazie all’iniziativa congiunta dei due governi direttamente coinvolti.
Il Parlamento ribadisce che occorre garantire la libera circolazione delle persone e la garanzia di un elevato livello di sicurezza, libertà e giustizia. Ricorda i contenuti della direttiva e la necessità di “rispettare rigorosamente tali limiti e garanzie, compreso l’accesso a un ricorso alle vie legali contro l’allontanamento e l’esercizio dei diritti della difesa”. Ricorda “che le espulsioni collettive sono proibite”. Respinge “il principio della responsabilità collettiva e ribadisce con forza la necessità di lottare contro qualsiasi forma di razzismo e xenofobia”.
Mi piace ricordare che il Parlamento europeo considera “che ci si aspetta dalle personalità pubbliche che si astengano dal rilasciare dichiarazioni che rischiamo di essere intese come un incoraggiamento alla stigmatizzazione di determinati gruppi della popolazione” e ritiene “che le recenti dichiarazioni rilasciate alla stampa italiana da Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione, in occasione dei gravi episodi verificatisi a Roma, siano contrarie allo spirito e alla lettera della direttiva 2004/38/CE, direttiva che gli si chiede di rispettare pienamente”.
Ma questa notizia quanto spazio ha avuto sui quotidiani e nell'informazione televisiva?

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Abbiamo finalmente il nuovo Trattato. E' finita la pausa di riflessione seguita al voto contrario in Francia e Olanda. La Presidenza portoghese ha raggiunto l'obiettivo che aveva promesso di realizzare.
L'entusiasmo non é alle stelle. E' difficile che lo sia. Un po' per la estenuante trattativa intergovernativa, un po' per arretramenti rispetto a una base che già era frutto di numerosi compromessi.
Importante é considerare il testo un punto di partenza e non di arrivo, preparare con attenzione il processo di ratifica da parte degli Stati membri, sapendo che ci sono buoni motivi per dirci soddisfatti. In particolare, perché si é realizzata finalmente la volontà condivisa di recuperare lo spirito comunitario, la volontà di uscire da un processo di crisi e guardare avanti.
Uno degli elementi positivi é che con questo nuovo trattato si avrà più democrazia nell'assunzione delle decisioni, più coinvolgimento dei parlamenti nazionali e del Parlamento europeo.

Progetto di trattato di riforma

lavoro

Il lavoro è sotto i riflettori delle istituzioni comunitarie.
In aprile il Parlamento europeo ha iniziato il percorso per arrivare a un rapporto di iniziativa sul Libro verde della Commissione sulla "Modernizzazione del Diritto del lavoro per adattarlo alle sfide del XXI secolo".
Nella sessione plenaria di luglio è stato votato un testo, frutto del lavoro realizzato in seno alla Commissione occupazione, preceduta dalle opinioni espresse dalla Commissione economica, dalla Commissione mercato interno e dalla Commissione donne.
E' stato fatto un ottimo lavoro. La voce del Parlamento europeo è ora forte e chiara!
Nel frattempo, alla fine di giugno, la Commissione europea ha inviato al Parlamento una Comunicazione sul punto specifico della flexicurity, sulla base dei lavori di un gruppo di esperti.
Tutti i testi sono a disposizione in documentazione, sezione lavoro.

  1. Bilancio di mandato e di trasparenza al Parlamento europeo
    maggio 2006 - maggio 2007
  2. Guida alle Istituzioni comunitarie
    a cura di Emiliano Galati

pointing finger

Ancora una volta il Parlamento europeo si è occupato dell'omofobia, per esprimere tutta la sua condanna. Giovedì 26 aprile è stata votata una Risoluzione per denunciare la situazione preoccupante della Polonia, dove un disegno di legge prevede di punire la 'propaganda omosessuale' nelle scuole. Ovviamente si pensa di licenziare gli insegnanti che 'rivelino' di essere omosessuali e di preparare una lista di lavori vietati.

La condanna del Parlamento ha raccolto voti trasversali: quasi tutti i socialisti hanno votato a favore, così come quasi tutti i democratici, spaccati i popolari, contraria l’estrema destra.

Ovvio che parlare di propaganda omosessuale è incredibilmente strumentale. Si tratta di vera e propria repressione e della violazione del divieto di discriminazione basata sull’orientamento sessuale che è scritta nel Trattato e nella direttiva del 2000.

Se la situazione polacca è gravissima, non nascondiamoci che anche nel nostro Paese non siamo lontani, purtroppo. E’ questo il dato di realtà. E può bastare ricordare il suicidio del giovane studente, per la derisione subita dai compagni. Ed è anche il dato normativo. Nel decreto di recepimento della direttiva europea contro le discriminazioni si afferma che questo divieto incontra un limite nella pedofilia. Un richiamo inutile, scontato e improprio. E’ palese il pregiudizio sottostante che collega direttamente questo reato alla omosessualità.

equal opportunity for all

Nell’Italia familista la battaglia è sui diritti, di Paola Concia e Donata Gottardi (il Riformista, 17 marzo 2007)

Approvata dal Parlamento europeo la Tabella di marcia da qui al 2010 per la parità e la parità di opportunità tra i generi.
Il documento poteva essere migliore. Purtroppo, durante la votazione finale, sono stati approvati emendamenti proposti dal partito popolare, che ne hanno edulcorato alcuni contenuti.
E' pur sempre una buona pista su cui costruire nel nostro Paese una proposta innovativa.