In evidenza

Ho ripreso il lavoro all’Università. Già fatte le prime lezioni. E’ facile tornare a insegnare, anche dopo tre anni di interruzione. Tutto torna alla mente e, anzi, forse, si organizza meglio. Difficile è piuttosto insegnare oggi Diritto del lavoro. Occorrerebbe avere il tempo di far conoscere la legislazione vigente, ma anche le fasi storiche che sono state attraversate; di parlare delle sue peculiarità, anche a livello di principi fondamentali, alcuni dei quali in via di erosione. Occorre soprattutto superare l’angoscia della realtà, ma senza nascondere i problemi crescenti, derivanti anche da quel fare e disfare che legislazione del lavoro, con governi di destra che incrementano l’accoppiata devastante di precarietà e rigidità. Altro che flessibilità e sicurezza, come nelle linee direttrici disegnate dalle istituzioni europee!
Il sito rimane aperto ancora per un anno. Molta documentazione può ancora essere utile. Ed è avviato il processo di aggiornamento dell’Associazione Vivi in Europa, per portarla presso l’Università e farne un centro di ricerca aperto. Vi farò sapere!

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Il mandato sta per terminare. Formalmente avverrà il 13 luglio e riprenderò servizio all’Università di Verona il giorno successivo. Ci saluteremo allora.

Intanto ho predisposto il bilancio triennale di mandato e di trasparenza e due pubblicazioni, dedicate a quanto si è fatto al Parlamento europeo in tema di lavoro e di parità di opportunità tra donne e uomini.

Torno ad allegare la dichiarazione con cui ho annunciato mesi fa di non avere intenzione di ricandidarmi, pur essendo l’esperienza al Parlamento europeo una delle più straordinarie che possa capitare nella vita.

Anche per questo mi permetto di segnalare una rosa (più ampia delle tre preferenze che possono essere espresse nel voto) di persone da sostenere, candidate al Parlamento europeo nella nostra circoscrizione. Le indico in ordine alfabetico:

  • Saba Aluisio, lavoratrice della sanità  e impegnata nel sindacato, in grado di interpretare al meglio le esigenze del mondo del lavoro;
  • Silvio Gandini, sindaco uscente di Legnago, dove ha dimostrato competenza e capacità di rappresentare il territorio e di progettare innovazione;
  • Natalia Maramotti, consigliera di parità provinciale di Reggio Emilia e avvocata del lavoro, che conosco da tempo e di cui conosco la determinazione e la passione nella lotta contro le discriminazioni;
  • Laura Puppato, sindaca di Montebelluna, impegnata in particolare sui temi ambientali, che sono al centro delle politiche europee;
  • Luciano Vecchi, esperto di politica internazionale ed europea, anche per essere stato qualche legislatura fa giovanissimo europarlamentare.

Come vedete: tre donne e due uomini, in applicazione di quel principio di presenza equilibrata di donne e uomini, che evidentemente ho ormai incorporato in maniera indissolubile.

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Ho depositato a mano alla Corte europea dei diritti umani il ricorso contro Berlusconi. Ecco il testo.
Speriamo!!!

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UN'ALLEANZA TRA LE GENERAZIONI E NON SOLO TRA GENERAZIONI DI DONNE

by Jeff BaucheA seguito della sentenza della Corte che invitava il Governo italiano ad equiparare l'età pensionabile nel Pubblico impiego tra uomini e donne, e in vista dell'8 marzo, le eurodeputate Donata Gottardi, Catiuscia Marini, Monica Giuntini e Mariagrazia Pagano, hanno presentato il seguente documento concentrato su età pensionabile, occupazione femminile e lavoro notturno, proponendo un'allenza tra generazioni e non solo fra donne.

IL TESTO DEL DOCUMENTO
"Le istituzioni europee sono motore di sviluppo della parità di trattamento e dei divieti di discriminazione, con una normativa che é posta al fondamento della stessa costruzione europea. Il nostro Paese per tanto tempo é stato apripista di idee, sia nella normativa sia nelle concrete azioni positive.
L'Italia ora, con questo Governo, si trova ultima della classe, lontana dagli obiettivi quantitativi e qualitativi fissati.
Ora la recessione economica e il taglio delle risorse nei servizi rischia di aggravare questa situazione. Le donne rischiano di essere ricacciate nelle cure domestiche. Sono le donne ad essere le prime ad uscire nelle riduzioni di personale, sono le prime nel lavoro precario.
L'Europa ha buone proposte e buone pratiche, quelle che questo Governo non vuole adottare, limitandosi a rispondere alle segnalazioni di infrazione, per di più scaricando sulle istituzioni europee il ruolo dei 'cattivi'.
Sull'età di pensionamento delle donne, la nostra posizione é chiara. Una risposta é dovuta, ma non é quella del Governo.
Dobbiamo ripristinare il periodo flessibile di pensionamento, per le lavoratrici e per i lavoratori. Non é più tempo per decidere una unica età. Si parla tanto di flessibilità e di libertà di scelta. Consentiamo che ciascuna e ciascuno di noi possa scegliere, tenendo conto dello stato di salute, del lavoro svolto, della situazione personale e familiare, della situazione contributiva.
Sul lavoro notturno, pensiamo che si possa accettare di rimuovere definitivamente anche l'ultimo residuo di divieto di lavoro notturno per le donne (che é ora dall'inizio della gravidanza fino a un anno di vita del figlio) e di generalizzare il 'non obbligo'.
Questo significa tenere fermo il principio secondo cui durante questo periodo la lavoratrice può decidere se lavorare nella turnazione notturna o rifiutarsi di farlo. Questo significa mantenere fermo quanto il nostro ordinamento già prevede: il 'non obbligo' al lavoro notturno per le lavoratrici e, in alternativa, i lavoratori genitori di bambini fino a tre anni, o unici genitori di bambini fino a 12 anni, o impegnati nell'assistenza di un familiare disabile grave.
Ci attendiamo analoga tempestività nel recepire provvedimenti europei che vanno nella direzione di migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle donne, con adeguate politiche nazionali coerenti con la Tabella di marcia da qui al 2001, che precisa obiettivi, strumenti e priorità.
La prima priorità riguarda la pari indipendenza economica per le donne e gli uomini, che significa occupazione, superamento delle disparità retributive, attenzione alle imprenditrici, protezione sociale, lotta alla povertà, accesso alla sanità di qualità. E questo é tanto più importante oggi, ai tempi della crisi.
La seconda riguarda l'equilibrio tra attività professionale e vita familiare, ed é composto dalla flessibilità degli orari, dall'aumento dei servizi e dalla redistribuzione dei ruoli.
La terza: la promozione della partecipazione al processo decisionale: nell'economia, nella scienza, nella politica!
Tutte parole che pesano. Che chiedono interventi forti e illuminati, di cambiamento della società, di progettazione del futuro.
L'Europa propone di superare il rischio del conflitto tra generazioni! Da qui nasce la nostra proposta di alleanza, rispettosa delle scelte delle persone e in grado di disegnare il percorso entro il quale ritornare a parlare di solidarietà e di responsabilità."

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Pacchetto sicurezza, disegno di legge sicurezza, decreti legge sicurezza. Sicurezza, sicurezza e ancora sicurezza.
Anche se ci limitiamo a questi ultimi giorni, vediamo un ramo del parlamento (il senato) approvare un testo sulla sicurezza composto da ben 66 articoli, che si occupano di immigrazione, di mafia, di violenza fino al decoro delle vie, tutto insieme mescolato. Vediamo il consiglio dei ministri che approva un decreto-legge sulla sicurezza, che prende alcune di queste disposizioni – ma non ha questo governo il potere di far approvare dall’altro ramo del parlamento in soli due giorni tutto quello che vuole? – e ne accosta altre, per rispondere, così si afferma, alle nuove emergenze. Ma viene anche subito chiarito dal presidente del consiglio che non esiste alcuna emergenza, dato che la situazione della sicurezza nel nostro Paese è migliorata.
Un guazzabuglio normativo e comunicativo, che rende tutto ancora più torbido, privo di punti fermi, se non la maschera dura e insieme coinvolgente la popolazione trascinata nella polvere delle strade del Far west.
Solo nei Paesi autoritari si pensa a indottrinare le masse e a cumulare normativa penale su normativa penale. Ma solo in Italia a questo si aggiunge una giustizia lenta, che si intende riformare ma non per renderla più efficiente e dotata di risorse, penitenziari sovraffollati e un senso civico della legalità che sfiora il ridicolo.
Scordiamoci aiuto dalle istituzioni europee. Senza l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, le competenze del Parlamento europeo sono limitate alla lotta alla clandestinità. Con l’ultima direttiva che abbiamo approvato in questi giorni, in prima lettura, sotto scacco ancora una volta del Consiglio europeo, stiamo colpendo con sanzioni amministrative e/o penali i datori di lavoro che occupano i lavoratori clandestini, che stiamo a loro volta colpendo con l’espulsione, tranne nel caso della tratta e dello sfruttamento di minori. Così anche il Parlamento europeo offre una sponda a governi come il nostro.
E il cerchio si chiude. Anzi così forse qualcuno si illude che la crisi si fronteggi chiudendo le frontiere europee. E di seguito qualcuno si illuderà che la crisi si fronteggi tornando alle frontiere nazionali, se non addirittura regionali o locali.

Nella sessione del 4 febbraio è stata votata la relazione del Parlamento con il pacchetto di compromesso raggiunto con il Consiglio; nella seduta del 19 febbraio è stata votata la risoluzione legislativa con una dichiarazione aggiunta.

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ALTRE/OLTRE

imgOttimo il risultato del voto in commissione donne sulle modifiche che ho proposto, in quanto relatrice per opinione, alla direttiva contro le discriminazioni per religione, età, disabilità e orientamento sessuale, quella che mi pare corretto chiamare 'direttiva altre/oltre', dato che si occupa di questi altri fattori di rischio al di là dell'ambito lavorativo.
Sono stati accolti quasi tutti i miei emendamenti al testo elaborato dalla Commissione europea. La maggioranza resta risicata su alcuni punti molto sensibili, ma c'é stata, con una alleanza che ha visto schierarsi assieme alle socialiste, le liberali, le verdi e le comuniste.
E' passata la nozione di discriminazione multipla, che é quella fondata sulla combinazione di più fattori di rischio, e di discriminazione per associazione, che é quella che colpisce le persone che sono in relazione diretta con le persone a rischio di discriminazione. E' passato l'inserimento delle molestie sessuali, tanto ricorrenti nei confronti degli omosessuali. E' passata la richiesta di aggiungere il genere tra i fattori da considerare. E' passata la garanzia del diritto alla riservatezza, come strumento per la lotta contro le discriminazioni. E' passata l'applicazione di questa direttiva anche alle unioni civili e di fatto. E' passata la richiesta di processi di inclusione e di integrazione nella educazione e nella istruzione e formazione. E' passato il criterio generale della soluzione ragionevole. E' passata la rimozione delle barriere non solo per i disabili, ma anche per i minori e gli anziani e le persone che se ne occupano. E' passato il rafforzamento di azioni positive.
Insomma vittoria su tutta la linea. Certo i margini per la vittoria finale sono tutti da conquistare. 15 a favore, 11 contro e 1 astensione dimostrano quanto questo tema sia incandescente.
Se riusciremo ad approvare questa direttiva si completa il quadro della tutela anti-discriminatoria a livello di istituzioni europee e si riapre la sua stessa evoluzione.

  • 11.02.2009
    OPINION of the Committee on Women's Rights and Gender Equality for the Committee on Civil Liberties, Justice and Home Affairs on the proposal for a Council directive on implementing the principle of equal treatment between persons irrespective of religion or belief, disability, age or sexual orientation
    Rapporteur: Donata Gottardi

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E’ venuto il momento di rendere pubblica la decisione che da tempo ho maturato di non ricandidarmi alle elezioni europee di giugno.
L’esperienza al Parlamento europeo è straordinaria, intensa, consente di confrontarsi a tutto campo e di avere uno sguardo proiettato sul mondo e ringrazio chi, nel 2004, mi ha proposta e sostenuta, così come ringrazio le tante elettrici ed elettori, soprattutto a Verona e nel Veneto, che mi hanno aiutata e votata.
Penso di essere riuscita a realizzare risultati. Per essere relatori di dossier significativi occorre dimostrare impegno, costante presenza e competenza. E’ anche l’eccesso di rotazione che penalizza la capacità di incidere a livello europeo e noi siamo un Paese in cui si tende troppo spesso a considerare il seggio al Parlamento europeo un’occasione cui rinunciare a fronte di qualsivoglia altro incarico locale o nazionale. E’ una contraddizione, quindi, non ricandidarsi e interrompere il filo delle relazioni attivate. Ne sono consapevole, ma credo di avere sufficienti e validi motivi.
Da quando ho iniziato a occuparmi di conciliazione tra vita professionale e vita personale e familiare, la mia vita è stata assorbita quasi completamente dal lavoro.
L’impegno al Parlamento europeo significa partire per Strasburgo o Bruxelles ogni lunedì (e finora non sono mai mancata), rientrare il giovedì e dedicare il venerdì e il sabato mattina alle iniziative, come ho cercato di documentare nel primo e nel secondo bilancio di mandato e di trasparenza (il terzo arriverà a conclusione). E’ un impegno a tempo pieno, che assorbe tempo, molto tempo. Troppo poco il tempo che resta per le persone care.
E poiché il personale è sempre intrecciato con il politico – ho sempre condiviso questa idea, cara soprattutto alle donne – non sarei in grado di spiegare oggi, dopo più di dieci anni passati intensamente (come consigliera di parità, come consigliera giuridica, …), perché dedicare altri cinque anni a un impegno di rappresentanza politica.
Se posso sperare e pensare di avere guadagnato almeno un po’ di stima e di fiducia al Parlamento europeo e nel gruppo socialista, l’attività svolta è rimasta quasi sempre lì recintata. Un lavoro di grande autonomia svolto in solitudine. Esattamente il contrario di quanto dovrebbe accadere, vista la responsabilità, che non è individuale, ma collettiva.
Di collettivo, in quanto ho fatto in questi ultimi anni, c’è troppo poco. Essere a Strasburgo o a Bruxelles impedisce di partecipare alle riunioni e di essere a contatto con l’attività del proprio partito. La stampa, controllata da chi governa, a tutti i livelli, non lascia spazio, agevolata dalla scusa che quanto si sta facendo a livello europeo si colloca su un piano troppo distante dall’interesse dei cittadini, contribuendo a rafforzare la deleteria idea di lontananza, che impedisce di vedere quanto la maggior parte dei temi siano decisi proprio a livello europeo. Occuparsi di lavoro e di economia, crisi finanziaria e recessione comprese, sembra purtroppo appartenere a questo stereotipo.
L’aggravante poi consiste nell’occuparsi di immigrati e di discriminazioni e di non seguire il pensiero unico dominante. Ed è evidente quanto abbia sentito la difficoltà di tenere fede a percorsi di ricerca e di impegno ed essere rappresentante di un’area del Paese che li vive in senso opposto.
La solitudine e la distanza da chi rappresento crescono così in misura esponenziale, non facendomi sentir parte di una rete, di un progetto collettivo.
Ho sempre lavorato per le donne e contro le discriminazioni. Ho partecipato con entusiasmo alla costruzione del nuovo partito, orgogliosa di essere stata chiamata e elaborare il primo Manifesto dei valori e il codice etico – che mi auguro ci si decida ad applicare – e di aver contribuito a rendere il Partito democratico un partito di donne e di uomini, con rappresentanza paritaria. Proprio perché ho contribuito in modo determinante a questa che si è tradotta in una falsa vittoria, mi assumo in gran parte la colpa. Le donne sono presenti per la metà negli organismi a composizione moltiplicabile e quasi del tutto assenti dalle cariche e incarichi monocratici, cioè dove si decide. Ho contribuito a creare un risultato che si è tradotto in una sconfitta per le donne, rese invisibili e quasi prive di voce collettiva.
Sono convinta che viviamo in una fase di transizione e mi auguro che si riprenda un percorso in cui ci si faccia carico dei problemi quotidiani delle persone con progetti che parlino al cuore e alla ragione, in cui si senta la forza delle idee. Per quello che posso, cercherò di contribuire, ma in altra veste.
Essere rappresentante di se stessi lascia una enorme libertà e produce soddisfazione. Ma i risultati ottenuti restano autoreferenziali, nella cerchia amicale, non sono oggetto di confronto né di verifica. La dinamica rischia allora di passare dalla separazione tra amici – nemici. Per chi crede nella rete, nelle alleanze, nella condivisione è una situazione inaccettabile. Non fa trovare senso al mio ruolo di rappresentante. Tutto resta ‘a titolo personale’. So che essere tecnico che cerca soluzioni normative significa svolgere ruolo politico. Ma questa condizione è più chiara come docente universitaria.
Riconosco di godere di privilegi: ho un lavoro che amo, che mi consente di tornare a fare ricerca e a confrontarmi con i giovani nell’età feconda degli studi universitari; vivo in un ambiente ricco di affetti e di serenità, impermeabile a esigenze superflue; non ho mai fatto parte dei cosiddetti salotti buoni, per carattere e per condizioni di vita.
Non sto rinunciando a impegnarmi. Anzi. Lo farò ancora, per quanto e come potrò per una società più giusta, più democratica, aperta e solidale.

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euroAncora buone notizie. Nella seduta del 13 gennaio della sessione plenaria sono stati votati due testi: il mio rapporto su finanze pubbliche 2007 e 2008 (finalmente un rapporto con il mio nome!) e la direttiva sui fondi comuni di investimento, di cui sono stata relatrice ombra per il PSE.

Sul tema della Finanze pubbliche, che é strettamente legato alla crisi finanziaria ed economica, allego il testo del mio intervento in plenaria (link). Se siete interessati, potete trovare l'intero dossier in documentazione (link).

Anche sugli Organismi di investimento collettivo in valori mobiliari (OICVM o UCITS), allego il testo del mio intervento in plenaria (link) e, appena diponibile, troverete in documentazione il testo della direttiva, già concordata con la Commissione e il Consiglio.

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Al Parlamento europeo l'attività é ricominciata il giorno dell'Epifania, con la riunione del gruppo parlamentare socialista.
Intenso il dibattito. Ci siamo occupati della questione del gas e del conflitto tra Russia e Ucraina, che ha l'Unione europea come ostaggio. Ogni anno, alla ripresa dell'attività si discute della crisi energetica. Quest'anno non solo la situazione sembra più grave, ma é ancora più grave che siamo nelle stesse condizioni degli anni precedenti. A tutti i livelli, si sente l'esigenza di un governo effettivo europeo. E la Commissione, soprattutto questa, presieduta da Barroso, non é all'altezza.
Ancora più drammatico é stato affrontare il punto successivo all'ordine del giorno: la tragedia della striscia di Gaza. C'é stata molta emozione negli interventi, molta richiesta di farci sentire, di decidere e di agire. Non possiamo rimanere impotenti. Come é stato ben detto, si tratta dello sterminio di un ghetto. Per fortuna, abbiamo subito abbandonato la discussione di merito (vogliamo oppure no una Risoluzione del Parlamento europeo da approvare la prossima settimana durante la sessione plenaria) e siamo passati al concreto, a definire la nostra posizione, la nostra posizione come socialisti. E' un testo forte, non annacquato ne di compromesso.

GAZA: DAL PSE UN APPELLO PER LA FINE DELLE VIOLENZE

Il Gruppo socialista al Parlamento europeo ha approvato una Dichiarazione sul conflitto in corso nella Striscia di Gaza che pubblichiamo integralmente.
Sentiamo l'urgenza di fare appello per una fine immediata delle violenze e chiediamo un'assunzione di responsabilità da parte della comunità internazionale e dell'Europa per premere per una soluzione diplomatica della crisi.
Il Parlamento Europeo discuterà della grave situazione nella Striscia di Gaza nella seduta plenaria che si terrà a Strasburgo la prossima settimana.
Come Socialisti Europei uniamo la nostra voce alle tante ONG ed organizzazioni che si adoperano per chiedere la fine delle ostilità e sulla base delle posizioni espresse chiediamo alle nostre organizzazioni ed ai militanti di mobilitarsi in tutti i paesi europei.

IL TESTO DELLA DICHIARAZIONE

Il Gruppo PSE al Parlamento Europeo:

1 Esprime la propria più profonda indignazione per le violenze nella Striscia di Gaza e per le conseguenze dello sproporzionato uso della forza da parte dell'esercito israeliano, causa di centinaia e centinaia di vittime, una larga parte delle quali civili, tra cui anche numerosi bambini.

Deplora fortemente che obiettivi civili e delle Nazioni Unite siano stati colpiti; chiede a Israele di rispettare i propri obblighi in materia di diritto internazionale e di diritto internazionale umanitario, nonché di permettere alla stampa internazionale di seguire gli eventi sul campo. Chiede ad Hamas di interrompere il lancio di razzi e di assumersi le proprie responsabilità impegnandosi in un processo politico che conduca alla ripresa del dialogo inter-palestinese e dei negoziati in corso.

2 Chiede un cessate-il-fuoco immediato. Il cessate-il-fuoco, che deve comprendere anche un ritiro dai territori rioccupati in questi ultimi giorni, e la tregua negoziata dovrebbero essere garantiti da un meccanismo predisposto dalla comunità internazionale al fine di permettere il dispiegamento, lungo i confini della Striscia di Gaza, di una forza multinazionale che includa anche i Paesi arabi e musulmani. Invita l'Unione Europea ad appoggiare ogni accordo raggiunto presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

3 Domanda con forza alle autorità israeliane di permettere che i viveri, l'aiuto medico più urgente e il carburante possano essere consegnati attraverso l'apertura di valichi e la rimozione del blocco della Striscia di Gaza. L'annuncio dell'apertura di un corridoio umanitario a Rafah è un primo passo che deve essere urgentemente realizzato. Chiede alle istituzioni europee ed agli altri donatori internazionali, in cooperazione con le Nazioni Unite e le Organizzazioni Non-Governative, di fornire un livello di aiuti adeguato in vista delle crescenti necessità e chiede ad Israele di non ostacolare questo sforzo umanitario essenziale. Questo aiuto potrebbe contribuire a ricostituire gradualmente una ripresa economica nella Striscia ed a ricreare condizioni di vita dignitose per la popolazione palestinese, in particolare per i più giovani.

4 Considera che la riattivazione immediata degli "Accordi su Movimento e Accesso" e dei "Principi Negoziati per il Valico di Gaza", del settembre 2005 tra Egitto, Israele e Palestina dopo il ritiro unilaterale di Israele da Gaza, deve essere garantita senza alcuna restrizione. L'Unione Europea potrebbe dare un contributo essenziale in questo senso riattivando la propria missione di monitoraggio a Rafah.

5 Ribadisce che non può esistere alcuna soluzione militare per il conflitto israelo-palestinese e ritiene che sia il momento per un accordo di pace complessivo e duraturo che tenga conto dei negoziati condotti finora da entrambe le parti. Una conferenza internazionale promossa dal Quartetto e con la partecipazione di tutti gli attori regionali, sulla linea dei precedenti accordi tra Israeliani e Palestinesi e dell'iniziativa di pace della Lega Araba, potrebbe essere messa in atto nel perseguimento di tale obiettivo. Considera che un rinnovato sforzo per la riconciliazione tra i Palestinesi sia un passo essenziale in questa prospettiva.

6 Sottolinea nuovamente che ogni rafforzamento delle relazioni politiche tra Israele e l'Unione Europea deve essere fortemente condizionato al rispetto del diritto internazionale umanitario, a un impegno concreto verso un accordo di pace complessivo, alla fine della crisi umanitaria a Gaza e nei Territori Occupati e al rispetto della piena attuazione dell'Accordo di Associazione tra Unione Europea e Autorità Palestinese. Finché la situazione rimarrà così critica, il Gruppo PSE manterrà la propria posizione negativa sul voto del parere del Parlamento Europeo su una più avanzata partecipazione di Israele ai programmi comunitari.

7 E' preoccupato per le serie conseguenze della recrudescenza del conflitto sulla vita quotidiana dei cittadini della regione e sulle speranze di una pace duratura in tutto il Medio Oriente; sottolinea altresì il rischio di nuocere alla comprensione reciproca ed al dialogo tra tutte le comunità in Europa.

8 Chiede urgentemente all'Unione Europea di assumere un ruolo politico più forte ed unito, come fu nel caso della crisi in Libano nel 2006 e della recente crisi tra Georgia e Russia. Nella propria azione, l'Unione Europea deve cogliere l'opportunità di cooperare con la nuova amministrazione statunitense e di porre termine al conflitto con un accordo basato sulla soluzione "due popoli, due Stati", dando finalmente la possibilità ad Israeliani e Palestinesi di vivere fianco a fianco in pace e sicurezza. Questo sarebbe un contributo enorme all'obiettivo di creare una nuova struttura pacifica di sicurezza regionale in Medio Oriente.

9 Invita i propri Membri, in collaborazione con i partiti del socialismo europeo, con gli altri movimenti progressisti e con le organizzazioni non-governative, a promuovere attivamente tra l'opinione pubblica europea una campagna politica centrata sul forte appello per la pace in Medio Oriente.

 

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epifania

Quindici giorni fa due famiglie italiane sinti, residenti da oltre vent'anni a Sandrigo (Vicenza) con 5 figli tutti al di sotto dei 5 anni di età, sono state costrette a trasferirsi dalla polizia locale su a seguito di un'ordinanza dell'amministrazione comunale, guidata da Forza Italia. (rettifica).

Nel 2006 il sindaco di Sondrigo ha adottato un nuovo regolamento che tratta a discrezione le domande di iscrizione all'anagrafe per i rom o sinti rom. Con la nascita dei figli, le nuove richieste delle due famiglie sono state respinte, a seguito di ostacoli burocratici e assenza di informazioni, e ora vagano per il territorio, cercando di tornare presso il proprio nucleo familiare.

E' inammissibile che ciò avvenga in un comune ricco di risorse e di attività produttive. Siamo vicini a Natale. Oltre a regali ed addobbi, dedichiamo due minuti del nostro tempo per inviare almeno una cartolina natalizia, per dimostrare che la difesa della vita umana riguarda anche i bambini sinti.

Sommergiamo la posta comunale di messaggi di solidarietà!

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Quante notizie in questi ultimi giorni.

La prima: il Manifesto del PSE per le prossime elezioni europee é stato sottoscritto a Madrid il 2 dicembre. La stampa nazionale ha dedicato grande rilievo a questo Manifesto, ma solo perché lo hanno firmato Piero Fassino, per i DS e non Veltroni per il PD, e Mercedes Bresso per il Comitato europeo delle Regioni. Nessun rilievo é stato dato ai contenuti.
Al momento il testo é disponibile solo nella versione inglese: People first. A new direction for Europe (link). Appena avrò la versione italiana, la aggiungerò nel sito.
Non ho potuto fermarmi a Madrid per questo incontro. Ho partecipato però alle iniziative del gruppo delle donne PSE. Venerdì 28 novembre, in una delegazione ristretta di europarlamentari PSE, abbiamo incontrato la Ministra spagnola alle pari opportunità, la nuova responsabile delle donne del PSOE e siamo andate all'Istituto delle donne. Quanto entusiasmo da parte loro e quanto orgoglio per il cambiamento che hanno potuto e saputo imporre alla società e alla cultura. Quanta amarezza e tristezza per quello che noi non siamo riuscite a fare!

Lunedì e martedì 1 e 2 dicembre é stata un'intensa sessione di voto nelle tre commissioni di cui sono componente.

In Commissione donne, abbiamo votato un rapporto sulla solidarietà intergenerazionale. Ero relatrice ombra (link alla proposta di relazione iniziale e agli emendamenti). Sono stati approvati tutti i miei emendamenti e questo mi pare un buon segnale in un campo come quello del lavoro di cura, prevalentemente svolto dalle donne. Entra così in pieno nella relazione il principio fondamentale del diritto di scelta delle donne, in ogni fase della vita.

In Commissione economica, abbiamo approvato un pacchetto infinito di emendamenti alla direttiva sui Fondi comuni di investimento (ero relatrice ombra). Si rafforza così uno degli strumenti più solidi del mercato finanziario e aumenta la protezione dei consumatori e degli investitori.

Sono poi state approvate le due opinioni di cui sono stata relatrice: l'opinione sulla Economia sociale, che é stata approvata praticamente esattamente come l'avevo impostata (link al testo votato e link all'opinione e agli emendamenti) e l'opinione sul regolamento per lo Statuto della società privata europea (link al testo votato), che fa parte di un pacchetto di interventi destinati alle piccole e medie imprese (link). Quando verrà definitivamente approvato il regolamento, queste imprese potranno da subito dichiararsi europee ed godere di una disciplina già armonizzata. Una specie di 28° regime di S.r.l.

In Commissione occupazione, abbiamo votato un'opinione sul cosiddetto Small business act (link al testo votato). Ero relatrice ombra. Sono stati approvati quasi tutti i miei emendamenti (link), che cercavano di tener conto in particolare delle donne imprenditrici di piccole imprese. Bene!

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Evviva, evviva, abbiamo vinto

imgSono orgogliosa del lavoro che si fa in questo Parlamento, della capacità di impiegare le competenze di proposizione legislativa già riconosciute.
Con il voto di martedì 18 novembre, a grande maggioranza, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione una specifica direttiva sulle differenze di retribuzioni tra lavoratrici e lavoratori. E' stato premiato il lavoro svolto in commissione occupazione e affari sociali, dove ero relatrice per opinione, e in commissione donne, dove ero shadow per il PSE.
La relazione tocca un principio fondamentale dell’ordinamento europeo: il principio della parità retributiva tra lavoratrici e lavoratori. Non è solo UN principio fondamentale, è anche IL PRIMO – quanto meno in ordine di tempo – principio di parità.
Sappiamo che era contenuto già nel Trattato di Roma, applicato fin dalle primissime sentenze della Corte di giustizia europea, regolato da una direttiva del 1975 e ri-regolato in sede di sua rifusione nel 2006, oggetto di analisi e ricerche ricorrenti e di costanti richiami alla sua applicazione.
Perché allora tornare a occuparsene così diffusamente e profondamente oggi? Intanto perché rifiutiamo di accettarne la disapplicazione diffusa, testimoniata da tutti i dati statistici. Perché pensiamo che sia giunto il momento di andare oltre il principio della parità di retribuzione a parità di lavoro. Troppe sono le troppe ingiustizie subite dalle donne, in tutti i Paesi dell’Unione e in tutte le professioni, e per farlo non bastano, evidentemente, gli strumenti di cui disponiamo. Pensiamo che occorra prendere sul serio i divari retributivi e non considerarli un accidente nel percorso lavorativo delle donne.
E cosa chiediamo? Chiediamo alla Commissione una specifica, apposita direttiva. E non ci limitiamo a questo. Non ci limitiamo a chiederlo; inviamo alla Commissione precise raccomandazioni. Abbiamo costruito un ponte, per traghettare verso un cambiamento reale. E pensiamo che questo ponte possa essere ben saldo se poggiato su ben otto piloni.
Innanzitutto vogliamo disporre di una definizione di discriminazione retributiva. Non ci basta guardare solo alla retribuzione lorda oraria, perché questa ci parlerebbe di una discriminazione diretta effettivamente già superata. E non é un caso se poi tutte le indagini guardino oltre, si spingano verso il lavoro a tempo parziale e la segregazione orizzontale e verticale.
Chiediamo dati comparabili, effettivi, coerenti e completi. Si incontrano troppo spesso dati manipolati o coperti, agevolati da sistemi di classificazione del personale e da una organizzazione del lavoro rivolti al passato e contrassegnati da stereotipi.
Pensiamo che gli organismi di parità possano svolgere un ruolo determinante e duplice: sia nella lotta contro le discriminazioni sia nella sensibilizzazione e della formazione, da offrire agli attori giudiziari come alle parti sociali.
E puntiamo a introdurre specifiche sanzioni, sapendo che disposizioni che ne sono prive sono prive anche di effettività, ma passando da azioni e misure di prevenzione della discriminazione, in altri termini da azioni positive, e dalla integrazione della dimensione di genere, cioè dal mainstreaming.
Non basta dire o scrivere parità retributiva, vogliamo renderla effettiva.

  • Risoluzione del Parlamento europeo del 18 novembre 2008 recante raccomandazioni alla Commissione sull'applicazione del principio della parità retributiva tra donne e uomini
  • ALLEGATO - Raccomandazioni particolareggiate sul contenuto della proposta richiesta
  • Video Application of the principle of equal pay for men and women
  • Ulteriore documentazione

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BREVI NOTE DI OSSERVAZIONE AL LIBRO VERDE DI SACCONI
di Donata Gottardi e Cesare Damiano

Il Libro verde sul futuro del modello sociale presentato il 25 luglio 2008 dal Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali è da apprezzare in quanto segue la tradizione delle istituzioni europee: aprire con un documento la consultazione pubblica, cui far seguire un Libro bianco e, di seguito, gli interventi normativi opportuni. E’ un cambiamento importante sotto il piano del metodo, soprattutto se si considera la precedente esperienza del governo di centro-destra che, all’inizio degli anni 2000, aveva scelto di partire direttamente presentando un Libro bianco.

Appare ancora più evidente però quello che resta uno dei limiti maggiori del documento proposto: l’assenza di riferimenti al contesto europeo. La procedura di consultazione viene ancorata ad altre esperienze nazionali, senza citare il suo legame più stretto e diretto, cioè quello europeo. (segue)

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cfUn fenomeno che si alimenta della spirale negativa che caratterizza le borse, i mercati e, a breve, anche i consumi e la produzione. Giorno dopo giorno leggiamo angosciati le percentuali negative delle borse mondiali, i salvataggi di banche sull’orlo del fallimento. Questo scenario, impensabile fino a pochi mesi fa, sta cambiando l’ordine delle emergenze e fa sembrare banali gli altri temi. Eppure gli elementi per capire cosa stava per succedere erano davanti ai nostri occhi e in Europa avremmo potuto prendere immediati provvedimenti.
Il Parlamento europeo, in particolare il gruppo socialista, aveva posto all'attenzione da tempo due questioni fondamentali che, se analizzate rispetto all'attuale crisi finanziaria, evidenziano le lacune e le derive da cui è originata la crisi stessa. Si tratta della supervisione finanziaria e prudenziale, a livello europeo e internazionale, e della regolamentazione adeguata di prodotti finanziari complessi e strutturati costruiti su livelli di effetto-leva e indebitamento tale da mettere in ginocchio istituzioni finanziarie e di credito che sembravano essere solide come colossi nel momento in cui il sistema di garanzia patrimoniale che doveva stare alla base si è verificato assolutamente inadeguato (come nel sistema dei subprimes).
Sembriamo supponenti, noi socialisti, quando diciamo che l’avevamo previsto. Ci spiegano che non paga, elettoralmente, sembrare quelli che hanno ragione. Forse è così, ma non possiamo tacere e non spiegare. Non abbiamo mai demonizzato il mercato, ma abbiamo sempre detto e scritto che la tentazione di abbandonare la produzione per finanziarizzare l’economia era pericolosissima e che il mercato non è una libera arena senza regole. Che il mercato funziona solo se ci sono regole e queste regole sono valide. E sono valide quando sanno prevenire e affrontare i problemi reali. Per questa ragione siamo stati proponitori e relatori di due importanti iniziative legislative arrivate ad un voto positivo in plenaria al PE, rispettivamente su una struttura di supervisione finanziaria europea armonizzata e su un sistema di supervisione consolidata (basata su collegi) per i grandi gruppi finanziari e istituti di credito presenti in modo transnazionale all'interno dell'UE (ed a volte anche nei paesi terzi) e sulla regolamentazione dei fondi speculativi e delle Private Equity.
Appare chiaro che per rispondere rapidamente ai problemi e alle ricadute generate dalla crisi finanziaria è necessario agire a livello europeo verso maggiore integrazione e armonizzazione a in ambito finanziario agendo su diversi livelli:
- il primo e immediato basato sugli interventi coordinati della Banca Centrale Europea, dei governi europei e delle Banche Centrali nazionali, in particolare nell'area euro, per arginare i fallimenti finanziari, garantire un minimo di liquidità sui mercati (per le banche e per le imprese) e tutelare i risparmi dei cittadini;
- il secondo, che dovrebbe avvenire a breve e medio termine, basato sull'adozione di misure e regole relative alle garanzie patrimoniali per tutti i soggetti finanziari, alla cartolarizzazione, alla valutazione del rischio, alla "business conduct" e alle remunerazioni degli alti dirigenti finanziari, alla revisione del ruolo delle agenzie di rating, alla definizione di un livello comune di garanzia sui depositi bancari, alle regole contabili internazionali (per non consentire che società di veicoli di cartolarizzazione e prodotti finanziari complessi siano tenuti fuori bilancio), a un regime di responsabilità societaria e sanzioni adeguate nel caso di mancata conformità alle regole;
- il terzo, che invochiamo da troppo tempo, più importante e rilevante per la capacità dell'Unione europea di rispondere alle sfide della stabilità finanziaria e della crescita economica, che consiste nell'adozione di un'unica governance economica europea che sia in grado, da un lato, di garantire stabilità finanziaria non solo attraverso la moneta unica ma anche attraverso una sistema armonizzato di supervisione prudenziale (che sia basata su un sistema di "allerta precoce" e "reazione rapida" on un ruolo accresciuto da parte della BCE) e dall'altro, di definire e far proprie strategie macroeconomiche di crescita e di investimenti comuni, rafforzando l'attuale strategia di Lisbona e prevedendo una comune guida/regia europea per gli investimenti, da finanziare con strumenti aggiuntivi - come gli Eurobonds o un Fondo di investimento europeo specifico.

Forse l'Unione europea e la zona Euro potranno anche arginare la crisi finanziaria con intereventi nazionali più o meno coordinati, ma sicuramente non saranno in grado di rispondere agli effetti secondari che la crisi finanziaria sta per avere sull'economia reale - e quindi sui consumi, sugli investimenti, sulla produzione, sull'occupazione, sul benessere dei cittadini europei - se non vi sarà sufficiente lungimiranza e coraggio politico da parte dei governi europei nel dirigersi verso un comune governance dell'economia da affiancare alla moneta unica e dal mercato interno. La globalizzazione richiede un governo coordinato. Avremmo potuto difenderci meglio in Europa se avessimo potuto contare su un comune governo economico, senza le lotte interne tra governi nazionali e/o le derive antistoriche e inadeguate, invocate da alcune forze politiche, verso forme di nazionalismo o ri-nazionalizzazione delle politiche economiche e industriali, su una armonizzazione regolamentare e di supervisione, di sanzioni, di protezione dei consumatori più adeguato e stringente di quanto non abbiamo già.

Serve più Europa, più integrazione europea e maggiore responsabilità politica dei governi e delle istituzioni europee rispetto al senso e al ruolo ultimo dell'UE e della sua capacità di garantire sicurezza e benessere ai suoi cittadini e contribuire alla stabilità internazionale. E’ impressionante registrare il cambiamento di posizioni che si sta realizzando all’interno della commissione economica del Parlamento europeo. Fino a qualche mese fa, ad ogni incontro con il presidente della Bce, Trichet, eravamo noi socialisti a chiedere maggiore controllo e supervisione. Ora, su tutti i dossier aperti, anche i popolari e i liberali sostengono questa impostazione, con una variante però che continua a caratterizzarci. La loro proposta prevede di richiudersi e di tornare alla difesa nazione per nazione. Una ricetta sbagliata, come spiegano gli economisti che si sono occupati degli errori commessi di fronte alle grandi crisi del secolo scorso. Una ricetta sbagliata ancora di più oggi, dato l’intreccio indissolubile dei sistemi economici e finanziari su scala globale, come dimostra il fatto stesso che l'Unione europea ha subito il contagio dei "prodotti tossici" statunitensi.

Ci aspettiamo che le vicende attuali spingano gli attori politici e le istituzioni verso atteggiamenti più lungimiranti e responsabili. Mi auguro che, entrando nel dettaglio delle misure su cui qui il PE si trova a lavorare per creare stabilità finanziaria e crescita economica, sarà più facile raggiungere un buon accordo sul rapporto sulle Finanze pubbliche 2007-2008, di cui sono relatrice, in particolare nella parte in cui chiedo un intervento verso una governance coordinata e unidirezionale degli investimenti e della qualità della spesa pubblica, che non significa tagli indiscriminati e riduzione del Welfare State, ma un ridisegno dell’intervento dello Stato attraverso politiche macroeconomiche e di bilancio che siano più vicine alle esigenze delle cittadine e dei cittadini, capaci di valutare preventivamente e a consuntivo i risultati ottenuti, attente a creare fiducia tra i cittadini e sui mercati. Lo stesso mi auguro per la revisione della direttiva sui Fondi comuni di investimento, di cui sono relatrice ombra per il PSE, rispetto alla quale vogliamo rafforazre l’impalcatura di regole e di controlli favorendo l'emergere di un mercato europeo armonizzato rispetto a un prodotto finanziario di larga distribuzione al dettaglio e che ha un peso rilevante anche riguardo ai fondi pensione, mettendo un freno al crollo della fiducia e alla paura. che rischia di propagarsi anche tra i lavoratori e i consumatori.

Certamente non basterà, ma questo è il momento di impegnarsi nell'adozione di misure concrete e contestualmente di interrogarsi e ripensare fino in fondo come si possa creare e sostenere crescita economica e sviluppo sostenibile. Troppo spesso finora ne abbiamo parlato senza trarne le conseguenze e senza cimentarci davvero nel reimpostare le nostre politiche responsabilità e a evitare il richiudersi a riccio individuale.

Si veda anche la documentazione

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lavoro dignitosoe

7 ottobre 2008

Oggi è la giornata, voluta dal sindacato internazionale e da quello europeo, dedicata nel mondo intero al lavoro dignitoso. Non si pensi che riguardi solo i paesi poveri e meno sviluppati. Riguarda tutte e tutti noi. Perché non si tratta solo di combattere lo sfruttamento e le nuove schiavitù, che pure sono tante e diffuse anche nei nostri territori, anche nelle nostre case.

L'obiettivo è generale. Non vogliamo solo salari minimi certi e rispetto dei diritti fondamentali della persona. Bisogna tornare - e questa è l'occasione migliore - a chiedere lavori sicuri e giustamente retribuiti, condizioni regolate dai contratti collettivi. Equità, uguaglianza, solidarietà. Sono i principi chiave per uscire dalla crisi finanziaria e dai disastri ambientali.

Lo stesso linguaggio della nostra Costituzione. Sessanta anni, e non li dimostra. E' vero che i diritti non sono disgiunti dai doveri, ma l'impegno che si chiede a chi lavora ha bisogno anzitutto che sia garantito che quel lavoro riceva condizioni dignitose.

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bilanciaCapita di lavorare a lungo su singoli temi e che poi tutto si concentri in un unico periodo di votazione e di presentazione.
E' stato così in queste due settimane e mi pare utile darne conto, anche perché i temi trattati sono di particolare interesse per il nostro Paese.

Mercoledì 10 settembre, in commissione EMPL, é stata votata quasi all'unanimità, con 45 voti a favore, 1 contrario e 1 astenuto, la mia opinione sui differenziali retributivi di genere (gender pay gap), da inviare alla commissione FEMM. Il testo é a disposizione al momento nella versione inglese (vedi). Sono passati tutti i tre compromessi (anche quello non sostenuto dal gruppo dei popolari) e gli emendamenti (tranne uno). Un buon risultato e una buona base di partenza per il voto finale. Chiediamo alla Commissione di intervenire con una specifica direttiva, perché non ci basta più parlare di parità di retribuzione a parità di lavoro. Sono passati troppi decenni e i cambiamenti sono troppo lenti e scarsi. Occorre intervenire a riformare i sistemi di inquadramento e di classificazione professionale, rafforzare i compiti delle istituzioni di parità, rivedere le rilevazioni statistiche, inserire clausole sociali, insomma utilizzare tutti gli strumenti e le politiche per rendere effettivo quello che é il primo principio di parità, scritto già nel Trattato di Roma più di mezzo secolo fa.

Lo stesso giorno, sempre in commissione EMPL, é stata votata l'opinione sulla proposta di direttiva in tema di sanzioni ai datori di lavoro che occupano clandestini. Tema scottante, su cui, come relatrice ombra per il PSE ho cercato di trovare le alleanze per costruire miglioramenti al testo. E' così che, sul filo di lana, grazie all'aiuto dei deputati degli altri gruppi, sono passati gli emendamenti per mitigare le sanzioni nel lavoro di cura e domestico, per consentire al datore di lavoro e al lavoratore di integrare la documentazione e regolarizzare il rapporto di lavoro in atto e nel contempo di mantenere il principio di responsabilità solidale nelle catene della subfornitura. La misura di quanto si é vinto sta nel voto di astensione del gruppo dei popolari, dalle cui fila proveniva la relatrice.

Consegno ora il rapporto, di cui sono relatrice, per la commissione ECON, sul tema delle Finanze pubbliche 2007 e 2008 (vedi il documento in italiano, con introduzione in inglese). Vedremo come verranno accolte alcune affermazioni. Il richiamo a non operare salvataggi con risorse pubbliche per difendere 'campioni nazionali' (vedi Alitalia), a non intervenire con tagli indiscriminati agli investimenti pubblici (vedi scuola e sanità), l'allarme per l'utilizzo di finanza creativa, la richiesta di far diventare metodo il 'bilancio di genere', che consente di collegare le risorse ai risultati. Vedremo, quando si voterà!

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imgMORTALITA' MATERNA NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO

Il 5 settembre, subito dopo il voto in plenaria, un messaggio alla stampa annunciava il voto positivo della Risoluzione sulla mortalità materna nei paesi in via di sviluppo (vedi il testo) da portare come contributo alla Conferenza ONU sugli Obiettivi di sviluppo del Millennio.
Una buona notizia? Non credo. Il conteggio finale registra 394 voti a favore, 182 contrari e 34 astensioni. Significa che più di 2 deputati su 6 hanno votato contro il testo. E il testo era una mozione congiunta presentata da cinque gruppi parlamentari: popolari, socialisti, liberali, verdi, sinistra. Era quindi un documento già mediato e condiviso politicamente. Avrebbe dovuto essere votato quasi all’unanimità.
Se poi andiamo a verificare, risulta che lo scontro si è registrato sul tema della salute riproduttiva. Risulta, infatti, che la parte conservatrice avrebbe voluto togliere il riferimento alla necessità di servizi in materia di salute sessuale e riproduttiva; che avrebbe voluto togliere il riferimento ai diritti alla salute sessuale e riproduttiva. E probabilmente chi ha votato contro la risoluzione – tra i deputati italiani, quasi tutti i popolari e la destra – è perché vi ha letto un riconoscimento dell’aborto.
La tristezza è tanta. I diritti delle donne che già sono calpestati nei fatti nei Paesi dove troppo spesso manca qualsiasi rete di protezione sanitaria hanno ricevuto un ulteriore affronto.
Anche al Parlamento europeo si sta verificando una lenta ma pericolosa inversione di tendenza. Frenata, certo. Almeno per il momento!

Nel frattempo le notizie dalla mia città continuano a stupire. E’ di questi giorni il finanziamento del passaggio ai ciripà di cotone, al posto dei pannolini. In modica cifra per la verità: 50 euro per 80 mamme di bambini in tenera età.
Con il passare del tempo, sento che quanto più il bilancio della propria vita è positivo tanto più si tende alla conservazione. L’esperienza, di solito, consente però di separare i sentimenti e di comprendere che la nostalgia del passato non può fare velo rispetto ai cambiamenti voluti e conquistati.
Le donne lo sanno bene. Almeno molte donne della mia età. Abbiamo lottato per molti anni contro gli stereotipi e parlato di simboli. Ma sappiamo – avendolo portato – che il grembiulino a scuola non rende più autorevoli gli insegnanti, né più disciplinati chi li indossa.
Conosco bene triangoli e ciripà. Non sono stati un dramma, ma certo ho subito pensato che sono state fortunate le mamme che hanno potuto godere dei pannolini. Riproporli oggi, significa complicare la vita delle donne. Occorrono spazi abitativi che non abbiamo, dato che i microappartamenti già non consentono di stendere e asciugare la montagna di pigiamini, magliette, bavaglini dei nostri piccini e che spazi comuni mi risulta siano rari anche negli edifici di grandi dimensioni. Occorre una donna che non lavora o che può rientrare al lavoro quando il proprio figlio o figlia ha imparato la difficile operazione dell’uso del vasino. Occorre una donna disponibile non solo a occuparsi delle mille incombenze che incontra con una bambina o un bambino piccolo, ma anche a togliere materialmente la cacca dai nuovi e certo più ecologici panni di cotone.
Più ascolto le proposte sulla scuola e sulla famiglia che il governo e l’amministrazione locale avanzano, più ho l’impressione che si voglia tornare indietro e, soprattutto che si vogliano far tornare indietro le donne. Indietro, agli anni cinquanta, alla famigliola felice con un marito capofamiglia e una donna che non aveva ancora, almeno nel nostro Paese, iniziato la battaglia dei diritti, del diritto al lavoro come del diritto alla salute riproduttiva.
Ora abbiamo davanti sfide che ci impongono la consapevolezza del disastro ecologico incombente su di noi e sui nostri figli, la necessità di adottare comportamenti responsabili. Dovremo imparare a risparmiare acqua e a puntare a prodotti ecologici. A questi obiettivi vanno orientate la ricerca e la innovazione di prodotto e di tecnologia. Occorre guardare avanti e trovare le soluzioni, non proporre il ritorno a tempi andati, che tutto erano fuorché belli e allegri.
E non chiedete alle donne di tornare a casa, di occuparsi della famiglia e liberare posto agli uomini, di accettare la riduzione dei diritti alle proprie scelte. Anche se sembrano supinamente accettare tutto, credo che il limite stia per essere superato e anche le più giovani cominceranno ad allarmarsi.

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PARITA' DI TRATTAMENTO

imgLa Commissione europea ha in questi giorni presentato la nuova proposta di Agenda sociale, dal titolo ambizioso e dai contenuti articolati. Il titolo parla di una Agenda sociale rinnovata: opportunità, accessibilità e solidarietà nell’Europa del XXI° secolo  (vedi).
Nel pacchetto di iniziative, vi è la proposta di direttiva (vedi) sulla implementazione del principio della parità di trattamento, al di fuori del lavoro, tra le persone indipendentemente da religione, credo, disabilità, età o orientamento sessuale. E’ un testo molto atteso, annunciato come direttiva orizzontale. Di orizzontale, a ben vedere, non ha molto. Diciamo che contribuisce a completare il quadro della normativa antidiscriminatoria, intervenendo sul lato esterno al lavoro per quei fattori di rischio che non ne erano finora coperti.
Molti sono già stati gli apprezzamenti e molte le attese, soprattutto da parte delle associazioni e dei rappresentanti degli omosessuali. Vedremo. Completare il quadro normativo è importante e con la nuova direttiva si sana un’area che era rimasta scoperta, dato che, per quanto riguarda razza e origine etnica la direttiva del 2000 copre sia il lavoro sia le altre aree sociali.
E per quanto riguarda le discriminazioni basate sul genere? Anche per queste si va oltre il lavoro? Qui vorrei avanzare qualche riflessione e, soprattutto, sollevare qualche dubbio. Quante e quanti di noi sanno che a dicembre del 2004 è stata emanata una direttiva (vedi) che attua il principio della parità di trattamento tra uomini e donne per quanto riguarda l’accesso a beni e servizi e la loro fornitura? Quante e quanti di noi si sono accorti che è stata recepita l’anno scorso nel nostro ordinamento (vedi)?
Delle due l’una: o non serve e allora non si capisce in cosa riponga fiducia chi attende cambiamenti significativi dalla nuova direttiva, oppure serve e allora non si capisce perché le donne – le associazioni, gli organismi di parità istituzionali e contrattuali, … – non la utilizzino. E non si dica che la mancata reazione in ambito di genere è determinata dall’assenza di discriminazioni e di disparità di trattamento, perché sappiamo quanto radicati siano atti e comportamenti discriminatori nel nostro Paese.
Abbiamo intenzione di svegliarci o dobbiamo aspettare ancora a capire che l’individualizzazione ci sta soffocando, che la provocazione del corset invisibile (la voglia di tornare a casa!) è calzante, che nei partiti politici e nelle associazioni sindacali sono gli uomini a decidere anche per noi?
Solo ricominciando a farci sentire e ad aggregarci su obiettivi che ci rendano coese – e non in lotta tra di noi – potremo invertire la tendenza. Il mondo degli omosessuali sa che, una volta approvata (e trasposta) la direttiva, potrà disporre di strumenti di reazione concreta. Noi questi strumenti li abbiamo già. Cosa aspettiamo ad usarli? Ci manca la carica o ci manca la voglia?

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rimpatrioDIRETTIVA RIMPATRIO

Non è una bella pagina quella che è stata scritta mercoledì 18 giugno al Parlamento europeo. L’asse tra destra, popolari e liberali ha fatto da scudo al Consiglio – l’insieme dei ministri dei ventisette paesi europei – che, raggiunta l’unanimità, ha imposto al Parlamento di adattarvisi in prima lettura, minacciando un rinvio di lungo periodo e, quindi, il blocco della approvazione della direttiva sul rimpatrio di cittadini di Paesi terzi soggiornanti illegalmente.
Qualche premessa per comprendere meglio. Al Parlamento europeo la proposta di direttiva (vedi) era incardinata alla Commissione Libertà civili, che aveva votato le modifiche (vedi).
Come sempre accade, si è intrecciata in questa fase la verifica con la posizione del Consiglio, per tentare di valutare la possibile convergenza per adottare il testo, oggetto di codecisione, già in prima lettura. Normalmente, se questa convergenza non c’è, come quasi sempre capita quando i temi sono complessi e sensibili, il Parlamento approva il proprio testo e si passa ad una ulteriore attività di  mediazione per arrivare alla seconda lettura e, quindi, alla definitiva approvazione.
La forzatura effettuata dal Consiglio e la sua accettazione da parte della maggioranza del Parlamento è grave e lo è tanto di più se si considera con quanta forza viene chiesto l’ampliamento delle competenze del Parlamento – vedi il Trattato di Lisbona – per aumentare le materie sulle quali l’istituzione elettiva, e pertanto più democratica, tra quelle europee passa dalla mera consultazione alla codecisione. Ma se la codecisione è accettare il ricatto del Consiglio, meglio sarebbe paradossalmente restare nell’ambito della consultazione, che almeno rende il Parlamento più libero di esprimere la propria opinione.
Il testo concordato in Consiglio (vedi) è stato spacchettato (vedi) ed è diventato oggetto della votazione in plenaria (vedi). La posizione della sinistra unita (GUE) (vedi) e dei verdi (GREEN) (vedi) è stata quella del rigetto della proposta di direttiva e della presentazione di alcuni emendamenti. I socialisti (PSE) hanno presentato dieci emendamenti (vedi), per rimettere in asse alcuni dei contenuti considerati inaccettabili. A seguito di votazione nel gruppo socialista, si sono individuati i due emendamenti considerati invalicabili (il numero 98 e il numero 103), respinti i quali il voto finale sulla proposta di direttiva sarebbe stato negativo.
Ma perché c’era una pluralità di posizioni all’interno del gruppo socialista? La motivazione principale, oltre a quella di seguire le decisioni del proprio governo nei Paesi a guida di centro-sinistra, riguardava la disparità di normativa esistente tra i paesi dell’Unione. Una parte di Paesi (almeno sette) hanno attualmente una disciplina considerata di minore garanzia per i diritti umani delle persone irregolari o clandestine. Per questi Paesi, l’adozione della direttiva, anche nella versione peggiorativa proposta dal Consiglio, avrebbe portato un miglioramento. Ecco perché, una volta verificato che la maggioranza dei socialisti era per il voto negativo qualora, come si temeva, gli emendamenti chiave non fossero passati, alcune delegazioni hanno fatto presente di accettare questa decisione ma che, al momento del voto finale, avrebbero votato astensione. Con il voto elettronico, che rileva nominalmente la scelta, le opzioni sono tre: il più, il meno e lo zero, cioè l’astensione.
E la posizione del Partito democratico? Una riunione appositamente convocata ha messo in evidenza una iniziale pluralità di opinioni, tra chi era favorevole, chi preferiva il voto di astensione e i contrari. L’opposizione più netta all’accoglimento dell’accordo raggiunto dai ministri in seno al Consiglio è stata la mia, per ragioni di merito e di procedura, per le battaglie sempre condotte in difesa dei diritti delle persone. Per agevolare il raggiungimento della posizione comune (il voto di astensione) ho annunciato che avrei partecipato al voto solo sugli emendamenti, per aumentare la possibilità che almeno uno di questi fosse adottato – cosa che avrebbe mandato all’aria l’accordo –, e sarei uscita al voto finale. La posizione dei parlamentari del Partito democratica è stata pertanto unitaria.
In ogni caso, la somma dei voti contrari e delle astensioni è risultata inferiore a quella dei voti a favore. Le sollecitazioni giunte da più parti non hanno scalfito i gruppi di destra.
Ed è così che non sono passati gli emendamenti per abbassare la durata massima di detenzione, per migliorare la sorte dei bambini non accompagnati, per consentire qualche giorno in più per il rimpatrio volontario.
Sulla durata massima: il trattenimento presso centri di detenzione può durare fino a 18 mesi e questa misura può essere adottata quando manca la cooperazione del paese di origine, indipendente ovviamene dalla volontà della persona.
Sui minori non accompagnati: il minore può essere ricondotto a un familiare, a un tutore o presso strutture dello Stato di ritorno, che può non essere quello di origine.
Sul rimpatrio volontario: il tempo a disposizione per il rimpatrio volontario è fissato dagli Stati in un periodo compreso tra sette e trenta giorni. Si pensi a un immigrato da lungo tempo residente legittimamente in un Paese dell’Unione, che perde il lavoro, non ne trova un altro e perde il permesso di soggiorno, diventando pertanto irregolare. Lo si pensi con famiglia e figli, magari a scuola. Si pensi di essere quell’immigrato. In sette giorni chi di noi può lasciare quello che ha, togliere i figli da scuola, organizzare il viaggio di rientro in un Paese da tempo lasciato?
Si, questa è considerata la prima direttiva sull’immigrazione. Non è affatto così. Prima di questa ci sono state quelle sul ricongiungimento familiare, sul diritto di asilo, … Ma in ogni caso, anche se colloca l’asticella al di sopra di quella di alcuni Paesi membri, non mostra un’Europa solidale, severa ma accogliente, un’Europa baluardo e garanzia dei diritti delle persone, anche di quelle meno fortunate.
Non smetterò mai di ricordare che il flusso migratorio si è invertito nel nostro Paese solo nel 1973. Fino a quel momento erano più le persone che espatriavano che quelle che rientravano o arrivavano. E non è passato nemmeno un secolo da quando siamo partiti alla ricerca di lavoro sui piroscafi diretti in America, del nord come del sud, spesso emarginati con gli stessi pregiudizi che ora applichiamo a chi consideriamo usurpatore.

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irlanda eu

REFERENDUM IRLANDA

Il voto al referendum irlandese del 12 giugno è una grave ferita alla costruzione dell’Unione europea. L’esito negativo non arriva purtroppo inatteso ed è scoraggiante conoscerne almeno una parte delle motivazioni. Si tratta di motivazioni che si ripetono nel tempo e che, come è avvenuto in Francia e in Olanda al referendum sul Trattato costituzionale, riguardano la politica interna al Paese in cui si vota e la complessità del testo sottoposto al voto.
Quando impareremo? Quando comprenderemo che dovremmo far votare insieme le cittadine e i cittadini europei in un solo simultaneo momento.
Ma tant’è! Ora vedremo come e cosa fare a livello europeo per rilanciare il processo. E’ utile però da subito indicare perché non possiamo essere contrari alla ratifica del Trattato di Lisbona.
Intanto perché amplia le competenze del Parlamento europeo, la sola istituzione europea democraticamente eletta. A ben vedere, consente un ruolo maggiore anche ai parlamenti nazionali e alle assemblee regionali, a ulteriore incremento del processo decisionale democratico.
Inoltre perché riduce le materie per le quali, in seno al Consiglio, è necessaria l’unanimità. E’ evidente a tutti che l’unanimità non si potrà quasi mai raggiungere ora che siamo ventisette Paesi e che il rischio è la paralisi.
Capisco bene però che non basta. Che bisogna ripartire dalle ragioni per volere l’Unione europea, evitando scorciatoie.
Sicuramente sono disinformate le posizioni di chi è contrario a causa del patto di stabilità e crescita. Ci penalizza? Certo che si, nel breve periodo. Ma ci protegge e ci aiuta. Ed evitiamo di fare la parte della volpe nei confronti dell’uva. Se siamo agli ultimi posti nella maggior parte degli indicatori e se abbiamo un debito così pesante lo dobbiamo ai nostri problemi. Quello che dobbiamo fare è invertire la tendenza, non incolpare le istituzioni europee.
Altrettanto assurde sono ormai le lagnanze contro l’euro. Basterebbe pensare a come saremmo nel mondo globale senza far parte di questo treno europeo.
Non possiamo però chiudere gli occhi. I problemi ci sono e bisogna affrontarli con lucidità. I segnali che stanno arrivando vedono una Europa economica in difficoltà, con una inflazione in rialzo, a ulteriore danno di una Europa sociale sempre più arcigna, con i governi che tentano – come sta avvenendo proprio in questi giorni – di imporre chiusure e arretramenti (vedi il tentativo di imporre al Parlamento europeo l’inaccettabile compromesso raggiunto sulla ‘direttiva rimpatrio’), nonché sfruttamento dei lavoratori (vedi l’altro tentativo di sbloccare lo stallo sulla ‘direttiva orario di lavoro’ con l’accordo individuale tra datore e lavoratore o prolungamento delle 48 ore settimanali fino a 60-65 ore).
I nodi si stanno aggrovigliando. Occorre scioglierli uno a uno. Con pazienza e tanta tanta informazione.

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Crossed glances on the detention of migrants in Europe
Strasburgo, Parlamento Europeo, 18-22 maggio 2008

DISCRIMINAZIONI

Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato,privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto … di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi (Don Lorenzo Milani).
Quando ho chiesto e ottenuto risposta dalla Commissione europea sulla illegittimità dei criteri di assegnazione degli alloggi di edilizia popolare e residenziale a Verona [vedi interrogazione 10.12.2007 e 31.01.2008], ho inviato una lettera aperta ai quotidiani della città, che non l’hanno pubblicata [vedi].
Nel difendere il diritto di chi non ha radici nel territorio, mi sono interrogata se stavo tradendo chi mi aveva eletto. I veronesi soprattutto. Ben 16.000 voti significano tantissimo. Resto tuttavia convinta che non è infrangendo le regole che si può essere europei. Non è chiudendosi che si risolvono i problemi.
Del resto, battersi contro le discriminazioni, nel nostro paese, è sempre stato difficile. E’ un’area di confine, poco conosciuta, anche dai giuristi e dai magistrati, a tutti i livelli. Eppure si tratta di principi fondamentali del nostro ordinamento. Ma non siamo un paese calvinista. La responsabilità e la reputazione non sono moneta corrente. Anzi.
E per di più, quando ci si batte contro le discriminazioni e si progettano azioni a favore per il gruppo discriminato, ci si trova di fronte a chi non intende cambiare la situazione o cedere privilegi. E’ sempre così. Nel campo delle discriminazioni subite dalle donne, nel lavoro e non solo. Lo è quando si tratta di discriminazioni di razza o di nazionalità. Prevale quasi sempre l’idea che si debba innanzitutto fornire di protezioni e di servizi i 'cittadini doc', gli appartenenti da tempo alla comunità. E’ una tradizione che viene da lontano e che si salda con un’altra caratteristica ben radicata in Italia: l’idea che la comunità locale e nazionale sia autoreferenziale e autosufficiente. Che non sia più così è sotto gli occhi di tutti.
Occorre trovare altre strade, che consentano di proteggere tutte le persone che si trovano in situazione di bisogno. Non è chiudendo la porta e rinserrandosi al proprio interno che si fanno gli interessi dei veronesi. Mai come quando si esce e ci si ritrova nel mondo si comprende che è solo dall’aprirsi alle differenze che si cresce, si innova, si compete, si trovano le risorse per aiutare le persone in difficoltà. Quanti veronesi, nelle generazioni precedenti alla mia, si sono trovati ad affrontare il difficile cammino dell’emigrazione? Quanti avrebbero voluto che ci fossero disposizioni che vietassero di discriminarli, soprattutto se e quando integrati da tempo, da almeno cinque anni, nella comunità ospitante? Ora il cammino è inverso. Arrivano tanti stranieri, non solo attirati dal nostro benessere, ma voluti dal nostro sistema produttivo e assistenziale. Molti di loro entrano nelle nostre case. A molti di loro affidiamo la cura dei nostri cari, i piccini come gli anziani.
Penso che siamo tutti d’accordo che, salvaguardando la loro identità, una volta che scelgono di vivere con noi, vicino a noi, devono accettare le nostre regole e integrarsi. Possiamo pensare che questo processo avvenga allontanandoli?
Il rischio è che anche dall’Europa vengano segnali preoccupanti. Sto seguendo la direttiva per imporre sanzioni ai datori di lavoro di clandestini [vedi il testo della Commissione]. E’ come trasferire sui datori di lavoro le difficoltà di regolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro di persone provenienti da paesi terzi dell’Unione europea. Purtroppo il Parlamento europeo solo dall’anno prossimo avrà questa competenza, grazie al nuovo Trattato di Lisbona [vedi testo pubblicato sulla Gazzetta europea del 9 maggio].
A breve approveremo la ‘direttiva rimpatrio’ [vedi il testo della Commissione]. Ne parlerò diffusamente quando il dibattito arriverà al momento conclusivo. Intanto segnalo che speriamo, come socialisti, di riuscire a contrastare la volontà della Commissione europea e del Consiglio che prolungare fino a 18 mesi la detenzione dei clandestini, prima di verificarne la legalità. Clandestini, non delinquenti. Quanti sono i clandestini, o meglio le clandestine che lavorano nelle nostre case, che hanno chiesto di regolarizzare la propria posizione, ma sono molto di più di quanto previsto dai flussi di ingresso? Quanto siamo ipocriti nel non sapere che è impossibile assumere una persona nel paese di origine, senza conoscerla, per portarla a vivere nelle nostre case? E una detenzione così prolungata significherebbe mettere per iscritto che la civiltà giuridica di cui portiamo vanto riguarda solo noi. Gli altri, gli stranieri, non hanno i nostri diritti come persone.

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MINIMI RETRIBUTIVI

Grande é l'attenzione alle retribuzioni e alle pensioni, non solo nel nostro Paese, dove pure la perdita di potere d'acquisto é crescente, ma anche presso le istituzioni europee.
Uno dei temi della nostra campagna elettorale riguarda la garanzia di minimi retributivi. E' una battaglia che al Parlamento europeo é portata avanti dal gruppo PSE, con l'adesione di molti altri gruppi politici (vedi il dossier).
Anche la Banca centrale europea sta iniziando a comprendere che l'aumento del tasso di inflazione deve trovare strumenti per garantire il potere d'acquisto (vedi comunicato e articolo pubblicato su Europea).

 

libera circolazione

Si sta preparando il Consiglio di Primavera, un appuntamento che quest'anno è particolarmente importante per il futuro dell'Europa sociale.

Da una parte si sta completando il percorso sulla Flexicurity. Finito il percorso parlamentare sui principi comuni, con l'approvazione della Risoluzione del Parlamento europeo a fine novembre e la presa di posizione del Consiglio EPSCO dei primi di dicembre, la Presidenza slovena ha scelto di proseguire su questo tema, approfondendo in particolare le ricadute per donne e giovani (vedi documentazione).

Dall'altra la Strategia di Lisbona sta entrando nella sua fase conclusiva. Il Parlamento europeo se ne sta occupando ad ampio raggio: con la Risoluzione. e nelle Linee guida integrate, attualmente all'esame delle commissioni parlamentari (vedi documentazione).

Molte attese si stanno concentrando sulla nuova Agenda Sociale che, quest'anno, è fatta rientrare nell'ambito della prospettiva del rafforzamento del Mercato interno (vedi documentazione).

E', infine, in via di approvazione, come gruppo PSE al Parlamento europeo, un documento dedicato a Inclusive Europe, che riprende il testo approvato al Congresso di Oporto della fine del 2006 del PSE sulla Nuova Europa sociale (vedi documentazione).

barra punti metallici

giornata del risparmio energetico15 febbraio 2008
Giornata di mobilitazione internazionale per il Risparmio Energetico.
Spegnere le luci ed ogni dispositivo elettronico non indispensabile dalle ore 18 del 15 febbraio sarà la dimostrazione che lo spreco di energia non è più parte della nostra cultura quotidiana.
European Parliament's participation in the 4th edition of the 'M'illumino di meno' campaign

 

libera circolazione

Si sta completando, in Europa, il quadro di riferimento del Diritto del lavoro e, soprattutto, delle politiche occupazionali.
La scorsa settimana il Parlamento europeo ha votato la relazione su Principi comuni di flessicurezza. Dopo il buon risultato prodotto a luglio sul Libro verde proposto dalla Commissione europea su come modernizzare il Diritto del lavoro per affrontare le sfide del nuovo secolo, di nuovo il Parlamento europeo ha rivendicato il suo ruolo di garante di un modello sociale europeo, capace di saldare le innovazioni ai diritti.
Una parola é una parola. La flexicurity non é una politica buona o cattiva in sé. Non é nemmeno una singola politica, ma piuttosto un insieme di azioni, che non possono che risultare combinate ed equilibrate per rispettare l'endiadi evocata. Questo significa che occorre progettare bene e applicare ancora meglio. In altre parole: dipende!
Di grande soddisfazione il lavoro svolto nella commissione Donne, che ha portato a inserire nel testo un importante emendamento per cercare di declinare la flexicurity al femminile

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Il Parlamento europeo è spesso accusato di lontananza dai problemi reali e di lentezza nell’assunzione delle decisioni. Accuse spesso ingiustificate. Una prova? La tempestiva approvazione giovedì 15 novembre, nella sessione plenaria a Strasburgo, quindici giorni dopo l’assassinio a Roma di una signora italiana di cui è accusato un rom proveniente dalla Romania, di una Risoluzione sull’applicazione della direttiva 2004/38/CE sul diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.
Il caso è, quindi, tutto italiano. Si è sfiorata una grave crisi diplomatica tra Paesi membri, superata grazie all’iniziativa congiunta dei due governi direttamente coinvolti.
Il Parlamento ribadisce che occorre garantire la libera circolazione delle persone e la garanzia di un elevato livello di sicurezza, libertà e giustizia. Ricorda i contenuti della direttiva e la necessità di “rispettare rigorosamente tali limiti e garanzie, compreso l’accesso a un ricorso alle vie legali contro l’allontanamento e l’esercizio dei diritti della difesa”. Ricorda “che le espulsioni collettive sono proibite”. Respinge “il principio della responsabilità collettiva e ribadisce con forza la necessità di lottare contro qualsiasi forma di razzismo e xenofobia”.
Mi piace ricordare che il Parlamento europeo considera “che ci si aspetta dalle personalità pubbliche che si astengano dal rilasciare dichiarazioni che rischiamo di essere intese come un incoraggiamento alla stigmatizzazione di determinati gruppi della popolazione” e ritiene “che le recenti dichiarazioni rilasciate alla stampa italiana da Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione, in occasione dei gravi episodi verificatisi a Roma, siano contrarie allo spirito e alla lettera della direttiva 2004/38/CE, direttiva che gli si chiede di rispettare pienamente”.
Ma questa notizia quanto spazio ha avuto sui quotidiani e nell'informazione televisiva?

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Abbiamo finalmente il nuovo Trattato. E' finita la pausa di riflessione seguita al voto contrario in Francia e Olanda. La Presidenza portoghese ha raggiunto l'obiettivo che aveva promesso di realizzare.
L'entusiasmo non é alle stelle. E' difficile che lo sia. Un po' per la estenuante trattativa intergovernativa, un po' per arretramenti rispetto a una base che già era frutto di numerosi compromessi.
Importante é considerare il testo un punto di partenza e non di arrivo, preparare con attenzione il processo di ratifica da parte degli Stati membri, sapendo che ci sono buoni motivi per dirci soddisfatti. In particolare, perché si é realizzata finalmente la volontà condivisa di recuperare lo spirito comunitario, la volontà di uscire da un processo di crisi e guardare avanti.
Uno degli elementi positivi é che con questo nuovo trattato si avrà più democrazia nell'assunzione delle decisioni, più coinvolgimento dei parlamenti nazionali e del Parlamento europeo.

Progetto di trattato di riforma

lavoro

Il lavoro è sotto i riflettori delle istituzioni comunitarie.
In aprile il Parlamento europeo ha iniziato il percorso per arrivare a un rapporto di iniziativa sul Libro verde della Commissione sulla "Modernizzazione del Diritto del lavoro per adattarlo alle sfide del XXI secolo".
Nella sessione plenaria di luglio è stato votato un testo, frutto del lavoro realizzato in seno alla Commissione occupazione, preceduta dalle opinioni espresse dalla Commissione economica, dalla Commissione mercato interno e dalla Commissione donne.
E' stato fatto un ottimo lavoro. La voce del Parlamento europeo è ora forte e chiara!
Nel frattempo, alla fine di giugno, la Commissione europea ha inviato al Parlamento una Comunicazione sul punto specifico della flexicurity, sulla base dei lavori di un gruppo di esperti.
Tutti i testi sono a disposizione in documentazione, sezione lavoro.

  1. Bilancio di mandato e di trasparenza al Parlamento europeo
    maggio 2006 - maggio 2007
  2. Guida alle Istituzioni comunitarie
    a cura di Emiliano Galati

pointing finger

Ancora una volta il Parlamento europeo si è occupato dell'omofobia, per esprimere tutta la sua condanna. Giovedì 26 aprile è stata votata una Risoluzione per denunciare la situazione preoccupante della Polonia, dove un disegno di legge prevede di punire la 'propaganda omosessuale' nelle scuole. Ovviamente si pensa di licenziare gli insegnanti che 'rivelino' di essere omosessuali e di preparare una lista di lavori vietati.

La condanna del Parlamento ha raccolto voti trasversali: quasi tutti i socialisti hanno votato a favore, così come quasi tutti i democratici, spaccati i popolari, contraria l’estrema destra.

Ovvio che parlare di propaganda omosessuale è incredibilmente strumentale. Si tratta di vera e propria repressione e della violazione del divieto di discriminazione basata sull’orientamento sessuale che è scritta nel Trattato e nella direttiva del 2000.

Se la situazione polacca è gravissima, non nascondiamoci che anche nel nostro Paese non siamo lontani, purtroppo. E’ questo il dato di realtà. E può bastare ricordare il suicidio del giovane studente, per la derisione subita dai compagni. Ed è anche il dato normativo. Nel decreto di recepimento della direttiva europea contro le discriminazioni si afferma che questo divieto incontra un limite nella pedofilia. Un richiamo inutile, scontato e improprio. E’ palese il pregiudizio sottostante che collega direttamente questo reato alla omosessualità.

equal opportunity for all

Nell’Italia familista la battaglia è sui diritti, di Paola Concia e Donata Gottardi (il Riformista, 17 marzo 2007)

Approvata dal Parlamento europeo la Tabella di marcia da qui al 2010 per la parità e la parità di opportunità tra i generi.
Il documento poteva essere migliore. Purtroppo, durante la votazione finale, sono stati approvati emendamenti proposti dal partito popolare, che ne hanno edulcorato alcuni contenuti.
E' pur sempre una buona pista su cui costruire nel nostro Paese una proposta innovativa.