rassegna stampa donata gottardiRASSEGNA STAMPA 2006

Più flessibilità nella scelta del periodo in cui lasciare il lavoro

di Laura Zanoni (L'Arena, 17 settembre 2006)
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Un pensionato ogni tre abitanti e due pensionati ogni tre occupati, recita lo studio della Fondazione Nord Est. Ma quanto devono preoccupare questi dati? «Indubbiamente devono destare attenzione», spiega Donata Gottardi, europarlamentare nonché docente di diritto del lavoro all’Università di Verona, «ma bisogna valutare che sono legati anche al metodo usato per calcolare gli occupati, che potrebbero di fatto essere molti di più, considerando anche i precari, il lavoro nero e il sommerso».
Certo è che, se in questo calcolo entrano anche i lavoratori che non versano i contributi, la situazione non migliora certamente.
«In effetti il problema è molto complesso, direi centrale in Italia. E la soluzione deve essere altrettanto complessa. L’Unione europea parla di "sfide demografiche e patto tra generazioni": credo che si debba lavorare in queste direzioni, rendendo più flessibile la scelta riguardante il momento in cui andare in pensione, che non può essere uguale per tutti: dipende da cosa si è fatto nella vita. Si tratta d i stabilire un range di cinque anni, ad esempio, in cui una persona può decidere di congedarsi dal lavoro».
Come risolvere, dunque, una questione così complessa?
«Una risoluzione del Parlamento europeo del marzo 2006 parla di unire le politiche della famiglia, quelle del lavoro e quelle previdenziali. Le pensioni reggono a patto che ci sia, nel contempo, una stabilizzazione del lavoro: l’attuale è un sistema pensato ai tempi del lavoro stabile, ma che non può funzionare con tutto il precariato che c’è oggi. Si deve avere un quadro complessivo della situazione, e si dovrà pensare la riforma a partire da un modello diverso di Welfare state».
Ci sono modelli interessanti in Europa?
«La Francia, ad esempio, sta pensando ad agganciare il sistema previdenziale alle varie attività che le persone svolgono, non solo al lavoro inteso in senso tipico. Il rischio, per l’Italia, è che se ad esempio si pensa di valorizzare il lavoro di cura parentale le donne rimangano a casa quando invece l’Ue vorrebbe andare in senso opposto, innalzando l’occupazione femminile nonché quella della popolazione anziana. In questo caso si parla di invecchiamento attivo, anche se il termine non mi piace tanto, come ho spiegato a un recente convegno a Pesaro».