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RASSEGNA STAMPA 2007
Nell’Italia familista la battaglia è sui diritti
di Paola Concia e Donata Gottardi (il Riformista, 17 marzo 2007)

Alcuni mesi fà, dopo esserci incontrate a Porto, al Congresso del PSE, avevamo iniziato un ragionamento mettendo insieme le nostre esperienze, le nostre battaglie comuni, sui diritti civili e sui diritti sociali. Come in una premonizione, in un articolo a dicembre dicevamo, appunto, che diritti civili e sociali “non possono essere considerati né in contrapposizione, né possono essere classificati in un ordine di priorità” e che sono “la nuova frontiera della modernità”. In questi tre mesi, nel nostro paese questi temi sono stati (e sono) al centro del dibattito politico nazionale. Al centro di una battaglia politica, culturale e per molti versi “ideologica”. Una battaglia senza precedenti, anche per i toni aspri, eccessivi, da parte di alcuni esponenti politici, che hanno come obiettivo quello di radicalizzare lo scontro e le posizioni in campo. Una battaglia che vede in prima fila esponenti di spicco delle gerarchie ecclesiastiche da una parte, e dall’altra la politica italiana che “arranca” nel tentativo di rincorrere una nuova modalità dei cattolici di stare sulla scena pubblica. Una modalità che sembra essere uno spostamento di piano, e come dice Miriam Mafai “uno smottamento su un altro terreno del rapporto tra religione e politica”. La politica, e in particolare la sinistra italiana che a noi sta a cuore, non riesce a trovare una modalità nuova di rapporto con questi scenari. Un suo ruolo, una sua identità. Oscillando tra a affermazioni del tipo”i diritti civili (identificati con i DICO) non sono una priorità” e dichiarazioni perentorie come “la chiesa deve tacere su questi temi”. A noi sembra, ovviamente, che entrambe le strade non solo non siano più efficaci, ma non colgano il senso dei cambiamenti in atto. Cambiamenti che disegnano una realtà in grande evoluzione e che possono essere una occasione per tutti (e in particolare per la sinistra) per approdare a scenari nuovi, insoliti, e che sono tutti da costruire. Occasione storica, e per certi versi affascinante, perché la politica, come dice Hanna Arendt, deve avere la forza e il coraggio di immaginare una realtà diversa da quella che è, e deve riuscire a creare le condizioni per costruirla, altrimenti non è. Certo, bisogna avere questo coraggio e questa capacità di mettersi in gioco insieme alla realtà, “mescolarsi” con il cambiamento e ”accompagnarlo”. Per queste ragioni, quelle che chiamiamo con un termine orrendo “categorie di interpretazione della realtà” non possono più bastare. Ecco perché ci sembra veramente “surreale” che la sinistra oggi continui ad usare categorie” ottocentesche” come la contrapposizione tra diritti civili e diritti sociali. Non è più possibile, il rischio è di essere fuori dalla realtà, non solo fuori dalla modernità. Che sono i diritti civili, allora, se non quella messa al centro dell’individuo, della persona guardata nella sua integrità, fatta di mente e corpo, di ambizioni certo, della ricerca di sicurezza sociale senz’altro, ma anche di desideri e di amore? Il benessere e la piena cittadinanza di ciascuno di noi, oggi, non passa “solo” attraverso la ricerca di un lavoro, ma passa (e noi diciamo per fortuna) anche attraverso la soddisfazione di altri bisogni, che sono altrettanto fondamentali. E’ in questa luce che vanno guardate le battaglie che oggi, purtroppo nella quasi totale solitudine, rischiano di condurre gli omosessuali italiani. Non è una battaglia che riguarda pochi, una nicchia di “deviati” o di “malati”, una lobby di “egoisti del piacere”. E’ una battaglia che “ci” riguarda. Tutte e tutti. Perché ha a che vedere con l’idea stessa che abbiamo della società, delle relazioni umane, del rispetto dell’altro diverso da noi. Perché come dice Claudia Mancina “non si può portare nel dibattito politico una condanna dell’omosessualità che è lesiva della dignità delle persone e tende a escluderle dal comune orizzonte dell’umanità. Qui non è questione di credenti e non credenti; è questione di rispetto per l’autonomia individuale che è un prerequisito per la convivenza politica”. Se questo è vero, però, non è proprio più possibile, per tutte e tutti noi, continuare a contrapporre i diritti civili ai diritti sociali, ma anche a quelli politici.
L’osmosi e l’interdipendenza è talmente stretta che solo sguardi rivolti al passato remoto e una sorta di smarrimento dell’alfabeto base dei diritti possono pensare a una contrapposizione di temi e priorità. Ai conflitti di classe e di interesse si stanno affiancando con crescente importanza i conflitti di identità e di valore. Non si può rimanere ancorati ai primi, né pensare di affrontare i secondi senza nuovi progetti.
Qualche esempio può contribuire a passare dal piano delle affermazioni a quello della verifica. La riforma della legge sull’immigrazione, di cui si parla in questi giorni, si muove con attenzione in tutti i campi, dalla programmazione dei flussi, all’eliminazione dei tetti per il lavoro di cura e di assistenza (la vogliamo smettere di chiamarle badanti?), al riconoscimento dell’accesso a diritto di voto.
Nella stessa proposta governativa sulla regolamentazione delle unioni civili un punto appare indiscutibile: dopo aver definito come si riconoscono si passa ad attribuire diritti nel campo della salute, dell’alloggio, del lavoro, della previdenza. Stiamo parlando di diritti civili o anche di diritti sociali?
C’è poi un paradosso nella recente polemiche che sembra voler contrapporre l’intervento sulle unioni civili a quello sugli ammortizzatori sociali. Ci stiamo forse dimenticando che siamo il Paese che esprime ancora, alla massima potenza, il modello familistico, anche nel campo sociale. Qualche anno fa è stato sollevato il velo di ignoranza, dimostrando che è la famiglia ad essere l’ammortizzatore sociale più radicato e diffuso: supplisce ai servizi, garantisce alloggio, trasferisce risorse. Si tratta di un modello destinato a crollare e comunque sbilanciato e sbagliato per un Paese civile che intende presentarsi agli appuntamenti europei e mondiali con le carte in regola per competere in qualità e innovazione.
Il linguaggio delle opportunità intreccia i fili dei diritti sociali e di quelli civili. E’ passato un secolo da quando una donna ha spiegato senza mezzi termini che le persone hanno bisogno di pane e di rose.
Anna Paola Concia Coportavoce Nazionale GayLeft DS
Donata Gottardi Europarlamentare DS PSE /Giurista del Lavoro




