rassegna stampa donata gottardiRASSEGNA STAMPA 2007

Elogio del lavoro a tempo indeterminato

di Donata Gottardi (Europea, 13 luglio 2007)
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Il nostro Paese sembra incapace di affrontare la discussione politica sui principi e sulle politiche partendo da dati di conoscenza oggettiva. Questo fomenta un clima di incertezza e di insicurezza, allarmante per la democrazia e per la competitività di sistema sullo scenario europeo e mondiale.

I quotidiani hanno finora dato spazio a quanti ritengono che le istituzioni europee ci chiedano di rimuovere la protezione dei licenziamenti, considerata eccessiva. Da ultimo l’editoriale di Pietro Ichino sul Corriere di mercoledì 11 luglio.

Non è così. La Commissione europea ha lanciato lo scorso anno una consultazione su come modernizzare il diritto del lavoro, ponendo a tutti i soggetti interessati quattordici domande. Le risposte sono arrivate numerose anche dal nostro Paese, compreso il Ministro del lavoro, le organizzazioni sindacali, le associazioni di imprese, i giuristi del lavoro. Nessuna di queste domande riguarda il tema della interruzione del rapporto di lavoro. Eppure quel Libro verde, nella analisi che propone, è stato ampiamente criticato e si trova ora di fronte una espressione forte di parere.

Ieri il Parlamento europeo ha espresso la sua opinione, con fermezza, rivendicando un ruolo che potrei definire di custode del modello sociale europeo, un modello in cui lo sviluppo economico è visto come fonte dell’inclusione sociale, poiché la coesione sociale è necessaria a qualsiasi competizione economica.

Il Parlamento europeo sta dando buona prova di sé. Grazie al lavoro svolto nelle commissioni, è uscito dalla strettoia dello scontro ideologico di contrapposizione ed ha riportato la attenzione sul reale oggetto del libro verde – le politiche occupazionali – e sulla reale possibilità di progettare innovazione.

Globalizzazione e demografia sono solo due tra le principali sfide. Lo sviluppo sostenibile chiede cambiamenti anche nell’organizzazione del lavoro e nell’utilizzo del tempo; le riflessioni più attente dimostrano che non esiste tempo di non lavoro, semmai tempo per la vita personale oltre che familiare; che è sbagliato identificare la nuova frontiera del conflitto sociale tra insiders e outsiders; che la relazione tra flessibilità e sicurezza è biunivoca e coinvolge esigenze dei datori di lavoro ed esigenze delle persone che lavorano; che estendere diritti è operazione che non può rimanere sulla carta, ma esige modulazione e trasparenza, lotta al sommerso, coordinamento delle politiche, ripresa di armonizzazione verso un diritto del lavoro europeo.

Nella relazione del Parlamento un concetto chiave è quello della sicurezza. A più riprese si legge che è necessario – che è una priorità per la riforma del diritto del lavoro – ridurre l’insicurezza talvolta associata al lavoro precario e migliorare la protezione dei lavoratori vulnerabili.

Non lo smantellamento del diritto del lavoro, quindi, ma la sua valorizzazione. Il Parlamento sceglie di ribadire che è il contratto di lavoro a tempo pieno e indeterminato a essere la forma comune del rapporto di lavoro. Il Parlamento europeo si oppone alla lettura della realtà proposta dalla Commissione e a chiare lettere spiega di non condividere affatto il quadro analitico presentato nel Libro verde, secondo cui il contratto standard a tempo indeterminato è superato, aumenta la segmentazione del mercato del lavoro e accentua la separazione tra insiders e outsider”.

Il Parlamento europeo, quando si occupa di licenziamenti, lo fa prendendo posizione con chiarezza, sottolineando che non vi sono prove empiriche che riducendone la protezione si possa agevolare la crescita dell’occupazione. E ricorda come l’esperienza dei paesi scandinavi sia esemplare, dimostrando che un elevato livello di protezione dal licenziamento e delle norme sul lavoro è pienamente compatibile con una elevata crescita dell’occupazione.

Si potrebbe proseguire a lungo. Mi limito a chiudere con due osservazioni. La prima riguarda la lotta al lavoro nero e sommerso, tema che ci riguarda da vicino. Il Parlamento ha accolto il suggerimento che avevo avanzato nella mia opinione in commissione economica di indicare ulteriori strade, come quella che sta per percorrere il nostro Paese con gli indici di congruità.

Tornando al tema del licenziamento, mi pare di aver provato come non corrisponda al vero l’affermazione di Ichino secondo la quale il Libro verde “ci invita esplicitamente a ripensare la disciplina dei licenziamenti per motivi economici”. Semmai qualche indicazione in questa direzione la possiamo ritrovare nella nuova comunicazione della Commissione, resa pubblica a fine giugno sulla flexicurity, termine ormai conosciuto anche nel nostro Paese.

Ma non è un invito diretto. L’invito è rivolto semmai a quegli Stati dove la legislazione nazionale è iperprotettiva e, in ogni caso, l’invito non riguarda la soppressione delle regole che garantiscono la dignità delle persone e il loro benessere nel luogo di lavoro, fondamentale per un occupazione buona e di qualità.

Mi domando: di quale iperprotezione stiamo parlando? Possiamo davvero pensare che nelle piccole imprese, che sono la stragrande maggioranza del nostro tessuto produttivo, la protezione dai licenziamenti sia eccessiva?