rassegna stampa donata gottardiRASSEGNA STAMPA 2007

Risposta alla lettera di Luigi Viviani

di Donata Gottardi (l'Arena, 13 agosto 2007)
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Nella lettera pubblicata ieri sull’Arena di Luigi Viviani molte sono le questioni sollevate e molte riflessioni mi sento di condividere. Come è giusto che sia, solo però per una parte.

Il Partito democratico sta entrando velocemente nella fase preparatoria delle votazioni per le assemblee costituenti, nazionale e regionali, del 14 ottobre e per l’indicazione delle preferenze tra i candidati alle rispettive segreterie.

Molto si è discusso finora di regole. A volte, si è detto, in eccesso, un eccesso di tecnicismo. Ma le regole sono le pre-condizioni per la buona riuscita dell’operazione. E alcune di queste regole vanno in questa direzione. Come componente del Comitato nazionale sono orgogliosa di un punto che da subito è stato considerato unanimente qualificante, fonte di un cambiamento condiviso e radicale: quello della presenza paritaria di donne e uomini. Il Partito democratico sarà davvero un partito nuovo, perché composto e diretto – ed è una assoluta novità nel panorama italiano – da donne e uomini. Va detto che anche per questo la regola è stata accettata: non solo perché doverosa o dovuta, ma nella consapevolezza della sua forza dirompente nei confronti del cambiamento atteso e voluto.

Ecco perché parlare di autoconservazione di una classe dirigente mi pare sbagliato. Intanto perché racconta il naturale istinto a rimanere in campo da parte di chi ha finora giocato ruoli politici. Ma non sarà così per almeno tre diversi ordini di fattori: per la presenza delle donne dove attualmente non ci sono; perché le dichiarazioni di tutti i candidati alla segreteria nazionale sono nette nel rifiutare l’avvallo a questa impostazione (in questa ottica, andrebbe anche ripensato il rapporto tra vertice e periferia); perché molti di coloro che rivestono ruoli di rilievo stanno già dichiarando la disponibilità a ‘fare un passo indietro’.

A ben vedere è parlare di classe dirigente che è sbagliato. Sarebbe ora di smetterla di usare questo termine improprio. Non servono analisi sociologiche raffinate per parlarci di una società che non è più divisa in classi, o almeno che non è più divisa in classi tradizionali.

Se questo è vero, allora non solo occorre ricambio, ma occorre attenzione a non entrare nel processo costituente con passo da elefante. L’avvio di un percorso nuovo, secondo una procedura aperta e democratica tanto quanto finora nessuno ha mai sperimentato chiede che vengano allontanati il più possibile sospetti e pregiudizi. Lucidità di analisi, questo sì. E capacità di cogliere i pericoli insiti nella resistenza al cambiamento. Altrettanto vero. Ma non contribuiamo a demotivare, non cerchiamo sempre di essere più realisti del re, non continuiamo a scontrarci e accusarci. Cambiamo davvero passo. Tutti insieme. Alla pari. Tenendoci per mano e ampliando il più possibile la rete delle persone che hanno voglia di impegnarsi, di riflettere, di ragionare, che tremano per i pericoli della democrazia così come per quelli dell’ambiente, che temono un mondo sempre più povero ed egoista.

Il Partito democratico ha obiettivi ambiziosi. Non si possono non mettere da subito in campo le qualità che vogliamo ne siano l’ossatura: lealtà, trasparenza, discussione sui temi. Non battaglia, ma confronto, affinché prevalga la sintesi che ciascuna e ciascuno di noi vorrebbe far prevalere.

La presenza delle candidature di Bindi e di Letta va letta così, dentro a un processo che non può che essere comune e condiviso.

Chiarezza occorre anche sul punto sul quale continuano i travisamenti. La candidatura finalmente di una donna alla segreteria nazionale del partito nuovo è il frutto maturo di una alleanza e di una rete tra le donne, tra tutte quelle presenti nel Comitato e tra quelle delle associazioni che a gran voce hanno chiesto la rappresentanza paritaria, da D52, all’Udi, a Emily, a molti comitati e associazioni.

Scambiare però questa candidatura con il risultato è improprio e pericoloso. Ed è per questo che ora le donne – e gli uomini – ancora più di prima, sono libere e liberi di scegliere. La garanzia della presenza paritaria anche negli organismi dirigenti è già stata ottenuta e da qui non si torna più indietro.

A venire in campo sono le opzioni politiche. E molte donne, come la sottoscritta, faticano a riconoscersi nelle scelte finora esercitate da Rosy Bindi. In futuro potrà essere diverso, date anche le assicurazioni che lei stessa ha lanciato a Verona pochi giorni fa. Ma allo stato è così, e il suo ruolo di Ministro della famiglia tende a testimoniarlo con nettezza. Ci dividono le posizioni sul referendum sulla legge sulla procreazione medicalmente assistita (battaglia condotta da molte donne, forse dalla maggior parte delle donne, a prescindere dalle convinzioni religiose), le scelte in favore di un modello di famiglia incardinata sul matrimonio, che ha annacquato all’inverosimile e contribuito a fermare la legge sul riconoscimento delle unioni civili, i tentativi di uniformare il trattamento dei figli, ma passando dalla conferma della demarcazione tra figli nati dentro e fuori del matrimonio, le difficoltà a immaginare la conciliazione tra vita professionale e vita familiare come incardinate sulla famiglia e non sulle singole persone – donne e uomini – che lavorano. Ma anche su questo dobbiamo essere chiari. Si tratta di opinioni diverse sulle quali è importante, è necessario, che si apra un dibattito. Senza pregiudizi. Senza verità assolute. Perché riguardano la politica nel terreno più accidentato e quasi sconosciuto della identità e dei valori, della libertà delle persone e della convivenza civile.

Fermezza occorre su un punto solo, che purtroppo è diventato pericolante: la garanzia della laicità dello Stato. Che strano il dibattito politico letto con le lenti dei giornali. Sei mesi fa è stato consegnato il Manifesto per il Partito democratico. Due sono stati i temi considerati cruciali e sui quali molte obiezioni sono state sollevate. Se un giudizio di sintesi può essere espresso è che quel documento mancava di coraggio, sulla laicità e sulla collocazione del Partito democratico nei gruppi politici al Parlamento europeo. Sei mesi dopo, sembra sceso il silenzio. Superate le obiezioni ci si rivolge ad altri obiettivi? Quasi sempre distruttivi.

Non smorziamo gli entusiasmi, parliamo di contenuti e di idee, coinvolgiamo la maggior parte delle persone interessate, i giovani, ma non solo, proviamo davvero a costruire un partito nuovo, discutiamo di cosa possa significare, di quali sono i cambiamenti necessari, di come essere costruttivi, di come partecipare, dall’interno e dall’esterno, a questa fase emozionante: la costruzione di un partito nuovo.

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QUALE PARTITO DEMOCRATICO A VERONA?

Luigi Viviani
Verona 6 agosto 2007

Il processo di costruzione del Partito Democratico a Verona sta creando in molti, compreso il sottoscritto, serie preoccupazioni.

Ci si sta preparando all’appuntamento delle Primarie del prossimo 14 ottobre all’insegna di un continuismo burocratico che risulta antitetico alle aspirazioni e alle speranze di cambiamento della qualità della politica che il partito nuovo suscita in tanti elettori.

Preoccupa in particolare il tipo di schieramento che a Verona si profila attorno alla candidatura di Walter Veltroni, costituito dalla somma di gran parte dei gruppi dirigenti di DS e Margherita, distribuiti in diverse liste, rappresentative delle  articolazioni  presenti  nei due partiti,  che aspirano a diventare altrettante correnti per partecipare, con maggiore visibilità e potere contrattuale, alla distribuzione degli incarichi nel costruendo partito.

Certamente Veltroni, nei confronti del quale nutro una profonda stima personale e politica, sta cercando di dare un’impronta innovativa alla sua candidatura, ma la rincorsa di molti a salire sul carro del vincitore predestinato, cercando soprattutto di salvaguardare le identità di ieri e le proprie posizioni di potere, la sta zavorrando con un sovraccarico di tatticismi opportunistici, che ne riducono fortemente l’impatto di novità nella politica povera e litigiosa di oggi.

In questi giorni Ds e Margherita stanno procedendo a raccogliere firme  a sostegno dei candidati nazionali e regionali e a preparare le liste nei sette collegi, coincidenti con quelli delle elezioni della Camera dei deputati.

Per la verità il comportamento dei due partiti  presenta, in questa occasione, una differenza sostanziale.

I dirigenti ed i militanti della Margherita, anche in riferimento alla loro composizione interna, si stanno suddividendo nel sostegno dei maggiori candidati alla Segreteria nazionale (Veltroni, Letta, Bindi) e, anche se  in qualche caso più per proseguire gli scontri del passato che per affrontare le sfide del futuro, manifestano una certa disponibilità al dialogo tra le culture di provenienza e al rimescolamento delle posizioni politiche.

Diversamente, i Ds veronesi e veneti puntano a raggrupparsi tutti attorno a Veltroni. “Siamo tutti con Walter” ha detto recentemente il Segretario regionale DS  Naccarato.  Per loro il  partito democratico, dopo il percorso che li ha portati dal  Pci, al Pds e Ds, rappresenta una nuova tappa che intendono  affrontare in modo unitario, cercando di salvaguardare una qualche identità della sinistra e di ottenere il massimo risultato in termini di presenza negli organismi dirigenti.

Atteggiamento legittimo e nella tradizione di questo partito. Ma a questo punto è lecito chiedersi se sia questo il modo migliore di costruire quel partito nuovo, plurale e a vocazione maggioritaria, di cui, a Verona più che altrove, abbiamo bisogno.

Se le cose proseguiranno come ora, si profila nella nostra provincia un Partito democratico chiuso su se stesso, più o meno con i medesimi dirigenti di oggi, molto probabilmente a maggioranza relativa post- comunista.

Un partito di tal fatta serve a Verona? Serve al centrosinistra?.

In una città nella quale, alle recenti elezioni comunali, l’Ulivo ha raggiunto soltanto il 17,4% e tutta l’Unione, con la molteplicità di partiti e movimenti che la compongono, al netto della Lista Zanotto, non è andata oltre il 23,2%, siamo sicuri che questo sia il modo migliore per affrontare il futuro?

Se teniamo presente che tutte le analisi del voto, indicano che  una delle cause locali della nostra sconfitta, è stato il fatto che l’Amministrazione Zanotto è stata percepita dall’elettorato veronese come troppo di sinistra, e che il centrodestra ha vinto alla grande, pur avendo tre partiti su quattro commissariati o divisi, e pur avendo litigato più di sei mesi per individuare un candidato unitario, ben d’altro, credo, ci sarebbe bisogno.

Si doveva partire da una comune, impietosa analisi della dura sconfitta subita, cercare di approfondire il fatto che in tutti i segmenti dell’elettorato siamo stati percepiti come socialmente marginali, e,   pur avendo governato per cinque anni in modo complessivamente positivo, non siamo riusciti a trasmettere un’immagine di stabilità, di fiducia, di apertura e di determinazione in alcune scelte rilevanti.

Conseguentemente si doveva avere il coraggio di fare scelte innovative, proprio partendo dalla selezione dei dirigenti nelle Primarie. Aprendo il più possibile le porte all’arrivo di nuove risorse di intelligenza, competenza e disponibilità all’impegno provenienti dalla società civile, allargando il perimetro ormai angusto dei vecchi partiti, sperimentando forme nuove di partecipazione e di decisione democratica.

Tutto questo finora non si visto, ed è stato anche per questo motivo che ho deciso, assieme ad altri, di sostenere la candidatura di Rosy Bindi, portatrice della sensibilità e del genio femminile nella politica, e che manifesta la maggiore disponibilità concreta a perseguire le innovazioni di cui il Partito democratico ha estremo bisogno: sia in termini di assetti interni che di sensibilità sociale e di laicità.

Mi auguro che nelle settimane che ci separano dal 14 ottobre subentri in tutti noi una diversa volontà di mettere da parte le cattive abitudini e gli opportunismi del passato per costruire in modo nuovo il  futuro.

Il grado di rimescolamento degli assetti dei partiti del passato ed il modo democratico di costruire le liste saranno le prime verifiche di questa volontà.

Per evitare che il centrosinistra rimanga minoranza a tempo indeterminato.